Diretti al grande lago salato - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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 E' una calda mattina di inizio giugno e sto andando verso una nave di emigranti. Attraverso quella parte di Londra conosciuta come i dock. L’area ospita molte persone, troppe, a giudicare dalla sovrabbondanza di gente nelle strade ma il mio naso mi dice che il numero per cui essa rappresenta una residenza piacevole è piccolo. Se fossi un emigrante sceglierei proprio questo punto per imbarcarmi, perché esso farebbe brillare la mia intenzione come l’unica possibile, essendoci così tante cose da cui fuggire.
    Ai dock si mangiano delle ostriche enormi e si gettano dappertutto i loro gusci, i più duri che i discendenti di San Giorgio e il dragone conoscano. Ai dock si consumano dei molluschi melmosi, che sembrano essere stati grattati via dal fondo metallico di una nave. Ai dock le verdure dei fruttivendoli assumono un aspetto salino e squamoso, che le fa sembrare incrociate con il pesce e le alghe. Ai dock si cercano i marinai nelle trattorie, nei pub, nei locali dove ci si ubriaca, nei caffè, nei negozi dove si vende a credito, in ogni tipo di locale nominabile e innominabile. Li si imbarca con stile piratesco, facendogli sputar sangue e non dando loro respiro. Ai dock si vedono i marittimi vagare per le strade con le tasche rovesciate e le teste in non migliori condizioni. Ai dock le donne gironzolano avvolte in abiti di seta, con le trecce al vento, un foulard sventolante sulle spalle e le crinoline. Ai dock ogni notte Joe Jackson canta lo Standard di Inghilterra accompagnandosi con una piva di corno. Al museo delle cere, con un penny si può vedere come egli abbia ucciso un poliziotto ad Acton e come sia stato punito. Ai dock si possono comprare diversi tipi di mortadella, di salsiccia e di scervellata, se non si è preoccupati degli ingredienti e del condimento con cui sono stati fatti. Ai dock i figli di Israele prendono in affitto delle camerette buie e vi appendono dei recipienti di peltro, degli orologi e dei cappelli impermeabili, ‘tutti articoli di prima qualità’.

   Questi commercianti espongono anche dei completi da marinaio, senza la finezza di un viso di cera sotto il cappello, ma con l’immaginario indossatore chino sull’estremità del pennone, con i problemi di chi va per mare e per terra ormai alle spalle. Ai dock le scritte sui cartelloni dei negozi hanno un tono confidenziale verso i clienti. “Guarda qui, Jack!” “Questo è per te, signora!” “Prova il nostro completo da mare per 2 scellini e 9!” “Ecco il kit giusto per il marinaio britannico!” “Ohè, voi della nave!” “Fratello, vieni a fare bisboccia!” “Allegri, ragazzi, qui abbiamo i migliori liquori e una meravigliosa birra con un nuovo sapore!”. Ai dock, si effettuano prestiti su pegno di fazzoletti da tasca con la bandiera britannica, di orologi con piccole navi sul quadrante che vanno avanti e indietro, di telescopi, di strumenti nautici dentro alle loro casse e di altre cose del genere. Ai dock la farmacia fa affari modesti vendendo soprattutto garze e cerotti per coprire le ferite; non ci sono bottiglie lucenti né piccoli cassetti. Ai dock, dopo che un malese o un cinese ti hanno pugnalato gratis, un becchino ti sotterra per poco, con i suoi poveri mezzi: non potresti augurarti una fine più economica. Ai dock, degli uomini ubriachi litigano con altri uomini ubriachi e anche con chi non lo è. Tutti intervengono a dare una mano e ci si può trovare stretti in un vortice di camicie rosse, di barbe, di capigliature selvagge, di braccia nude tatuate, di donne, di astio, di fango, di frasi pronunciate a vanvera e di pazzia. Ai dock, il suono stridulo dei violini va avanti per tutto il giorno nei pub e si leva alto sopra il baccano generale, sovrastando lo stridio dei pappagalli importati, che hanno l’aria stupita per quello che hanno trovato sulle nostre coste. Ma proprio dai dock inizia la via per il Pacifico, con le sue deliziose isole, le ragazze selvagge che intrecciano fiori, i ragazzi selvaggi che intarsiano gusci di cocco, gli idoli ciechi e feroci che meditano nei loro ombrosi boschetti, più o meno con lo stesso scopo dei preti e dei capi.
La chiesa di Shadwell! Si sussurra che qui l’aria che entra ed esce dalle aperture della cuspide sia più fresca che ai dock. Nel bacino dietro si profila, gigantesca, la nave degli emigranti Amazon. La sua polena non è amputata come si favoleggia che fossero le belle fondatrici di quella razza di donne forti e risolute, al fine di tendere meglio l’arco. Simpatizzo con l’intagliatore:
Un intagliatore adulatorio che si è dato cura di scolpire i busti come dovrebbero essere, non come sono.
  
   La nave è ormeggiata parallela alla banchina ed è collegata ad essa da due grandi passerelle fatte di assi e di alberi. Gli emigranti vanno su e giù per il molo come formiche e portano con sé delle forme di pane, dei cavoli, del burro, del formaggio, del latte e della birra. Alcuni di loro hanno anche delle scatole, dei letti e dei fagotti. Quasi tutti hanno dei bambini e dei recipienti di latta nuovi per la razione d’acqua giornaliera, che forse avrà un sapore metallico. Tutti vanno avanti e indietro dalla nave alla riva, sciamando ovunque. Mentre il cancello gira sui cardini arrivano altri taxi, altri carretti, altri furgoni, con a bordo altri emigranti che portano con sé altri cavoli, altre forme di pane, altro burro, formaggio, latte, birra, scatole, letti, fastelli, recipienti di latta e bambini.
Salgo a bordo e vado nella grande cabina, che è nelle condizioni in cui sono di solito le  cabine quando la nave sta per partire, occupata da uomini sudati che hanno dei fogli sparsi, delle penne e dei calamai. È come se fosse appena terminato il funerale del signor Amazon e, al ritorno dal cimitero, l’amministratore sconsolato avesse trovato gli affari in grande disordine e stesse cercando da tutte le parti il testamento. Vado sul cassero di poppa a respirare un po’ d’aria fresca e osservo gli emigranti che sono sul ponte sottostante. Vedo altri calamai e altre penne in azione su altre carte. C’è un’interminabile complicazione che riguarda i resoconti delle tazze di latta e non so che altro ancora. Ma nessuno è di cattivo umore, nessuno è incattivito o reso peggiore dal bere, nessuno fa giuramenti a vanvera né usa parolacce, nessuno sembra depresso e nessuno piange. In ogni angolo del ponte ci sono persone inginocchiate, accovacciate in posizioni scomode o sdraiate a scrivere lettere.  

Ho visto altri emigranti, ma questi sono diversi da tutti, tanto che mi chiedo a voce alta: “Che cosa penserebbe di loro uno straniero?”.
    Il capitano, che ha un’espressione attenta sul viso abbronzato, mi dice: “La maggior parte dei passeggeri, saliti a bordo ieri sera, non si era mai incontrata prima, ma dopo un paio d’ore tutti avevano già stabilito la propria linea di condotta. Erano stati messi a punto dei regolamenti e sistemati degli orologi in tutti i boccaporti. Prima delle nove tutto era tranquillo e in ordine, come su una nave da guerra.”

    Mi sono nuovamente guardato intorno e ho visto che la stesura delle lettere continua nelle posizioni più strane. In alto, ondeggiano alcuni grandi barili che stanno per essere calati nella stiva. Alcuni agenti corrono da tutte le parti a correggere i resoconti interminabili. Duecento stranieri cercano altri duecento stranieri e chiedono informazioni ad altri duecento ancora. I bambini corrono su e giù per i gradini, si infilano fra le gambe dei passeggeri e capitombolano nei posti più pericolosi, fra la costernazione generale. Gli scrivani, assorti in mezzo alla folla, scrivono tranquillamente. A tribordo, un uomo brizzolato detta una lunga lettera a un altro uomo brizzolato con un enorme berretto di pelliccia. Il contenuto della lettera deve essere impegnativo perché l’amanuense si toglie ogni tanto il berretto, per permettere al cervello di ossigenarsi. Durante queste pause, egli fissa la persona che detta come se fosse piena di misteri degni di essere scoperti. A babordo, una donna seduta su una scatola ha coperto una caviglia con una stoffa bianca, trasformandola così in una superficie pulita su cui appoggiare la carta e cominciare a scrivere con la determinazione di un contabile. Ai suoi piedi, una ragazza graziosa e ordinata, sdraiata prona sulle assi del ponte, scrive per un’ora buona con la testa infilata sotto il fuso dell’ancora della murata. È un luogo adatto a proteggere il suo foglio e lei riemerge solo per intingere il pennino nell’inchiostro, fino a quando non crolla per la stanchezza. Vicino a me sul cassero di poppa c’è una fiorente ragazza di campagna, impegnata a buttar giù una missiva sul ponte deserto. Più tardi, quando sulla nave si forma un coro che esegue un canone a più voci, una ragazza lo canta in modo meccanico per tutto il tempo, mentre è intenta a scrivere in fondo alla nave.

“Signor Viaggiatore, uno straniero sarebbe stupito nel venire a sapere chi sono queste persone!” mi dice il capitano.
“Lo sarebbe certamente.”
“Voi lo avreste supposto?”
“Come avrei potuto! Avrei detto che erano l’élite d’Inghilterra.”
“Anch’io” dice il capitano.
“Quanti sono?”
“Ottocento, in cifra tonda.”
Mi sono quindi spostato in coperta, dove stanno sciamando molte famiglie con bambini piccoli.
I nuovi arrivati provocano della confusione, che i preparativi per la cena provvedono ad aumentare. Alcune donne si sono perse e ne ridono, poi chiedono informazioni ai compagni di viaggio o ritornano sul ponte. Tuttavia, a parte alcuni bambini che piangono, c’è un’atmosfera incredibilmente allegra.  
“Domani si ballerà, ma fra un giorno o due tutto andrà meglio!”. “In mare avremo più luce!”. Sento pronunciare queste frasi dappertutto, mentre mi faccio strada fra gli emigranti, i loro canestri, i barili e gli altri carichi, verso la luce del giorno.
Di sicuro queste persone sono dotate di una straordinaria capacità di astrazione! Gli scrivani, il cui numero è aumentato in mia assenza, continuano tranquillamente a scrivere. Dal basso emerge un ragazzo con una borsa piena di libri e una lavagnetta. Appena scorge uno spiraglio adatto al suo scopo si mette a lavorare a un’addizione, come se fosse completamente sordo. Sul ponte sotto di me, un padre, una madre e alcuni bambini siedono in cerchio ai piedi della passerella perennemente affollata. I bambini si sono fatti un nido al centro della corda arrotolata, la donna allatta il figlio più piccolo e discute di affari di famiglia con il marito con la tranquillità che avrebbe se si trovasse nel più perfetto isolamento. Credo che la caratteristica più notevole di queste ottocento persone sia la loro mancanza di fretta.
Ottocento cosa? Babbei, canaglie? Ottocento mormoni. Io, Viaggiatore non Commerciale per conto della Fratellanza Universale sono salito a bordo di questa nave per vedere a che cosa assomigliassero questi ottocento Santi dell’ultimo giorno. Ho scoperto ciò che sto per descrivere con scrupolosa esattezza.

    Un agente mormone, che mi è stato indicato, aveva stipulato un contratto collettivo con i miei amici proprietari della nave per trasportare gli emigranti a New York, da dove essi avrebbero proseguito per il Lago Salato. L’agente è un bell’uomo, piccolo, robusto, vestito di nero, con la barba, una folta capigliatura scura e degli occhi chiari e luminosi. Dal suo discorso deduco che sia americano. È un uomo dai modi aperti, dall’aria risoluta e sicura di sé, che deve aver girato il mondo, un uomo di grande prontezza e intelligenza, che è all’oscuro della mia qualifica di Viaggiatore non Commerciale.
    Viaggiatore: “Avete messo insieme un bellissimo gruppo di persone!”
    Agente mormone: “Sì, è davvero un gran bel gruppo di persone.”
Viaggiatore (guardandosi intorno): “Credo che sarebbe difficile trovare altre ottocento persone dotate di altrettanta bellezza, forza e resistenza al lavoro.”
Agente mormone (non guardandosi intorno, ma fissando negli occhi il Viaggiatore Non Commerciale): “Sono d’accordo. Ieri ne abbiamo fatti partire mille da Liverpool.”
Viaggiatore: “Voi non partite insieme a loro?”
Agente mormone: “No, signore, io resto qui.”
Viaggiatore: “Ma siete già stato nei loro territori.?  
Agente mormone: “Sì, ho lasciato lo Utah tre anni fa.”
Viaggiatore: “È sorprendente come siano tutti così allegri e diano poca importanza all’immensa distanza che stanno per mettere fra sé e la madrepatria.”
Agente mormone: “Sapete, molti hanno degli amici nello Utah e sperano di farsene altri lungo il cammino.”
Viaggiatore: “Lungo il cammino?”         

   Agente mormone: “Sì. Questa nave li porterà fino a New York. Dopo lo sbarco, essi proseguiranno in treno fin dopo St. Louis e da quella sponda del Missouri raggiungeranno le Grandi Pianure. Laggiù troveranno ad aspettarli i carri coperti inviati dai coloni già insediati, con i quali percorreranno le 1200 miglia che restano da fare. Le persone più laboriose dell’insediamento sono ben presto diventate proprietarie di carri con i quali vengono a prendere gli amici appena arrivati, che contano molto su questa opportunità.
Viaggiatore: “Li fornite di armi per il viaggio oltre il deserto?”
Agente mormone: “La maggior parte di loro ha già con sé delle armi sin da ora. Noi le diamo a chi non le ha, affinché si possa proteggere e difendere.”
Viaggiatore: “Quali prodotti portano con sé nel Missouri?.”
Agente mormone: “Da quando è scoppiata la guerra, si è cominciato a coltivare il cotone e facilmente i passeggeri hanno con sé dei semi da scambiare sul posto con dei macchinari. Si è anche cominciato a coltivare l’indigofera, che dà una buona resa grazie al clima della riva occidentale del Grande Lago Salato, ideale per la produzione dell’indaco.”

   Viaggiatore: “Mi hanno detto che la maggior parte delle persone a bordo proviene dal sud dell’Inghilterra.”
Agente mormone: “E anche dal Galles, è vero.”
Viaggiatore: “Ci sono molti scozzesi?”
Agente mormone: “Non molti.”   
Viaggiatore: “E degli Highlander?”
Agente mormone: “No, nessuno, loro non sono abbastanza interessati alla fratellanza universale, alla pace e alla benevolenza reciproca.”
Viaggiatore: “Il vecchio sangue guerriero è troppo forte?”
Agente mormone: “Sì, e poi non hanno fede.”
Viaggiatore ( ansioso di arrivare a parlare del profeta Joe Smith, sembra trovare un’apertura per farlo): “Fede in………”.
Agente mormone: “Bè…In qualsiasi cosa!”
Su questo punto il Viaggiatore ha subito un’altra sconfitta da parte di un lavoratore dello Wiltshire, un contadino di 38 anni, dall’incarnato fresco, con il quale ha avuto questo dialogo:
Viaggiatore: “Posso chiedervi da che parte venite?”   
Wiltshire 2): “Certo! Ho lavorato tutta la vita nella piana di Salysbury, all’ombra di Stonehenge. Forse lei non ci crede, ma è così.
Viaggiatore: “Una bella zona!”.
Wiltshire: “Davvero  una bella zona!”     
Viaggiatore: “C’è la sua famiglia a bordo?”
Wiltshire: “Due figli, un ragazzo e una ragazza. Mia figlia è quella bella ragazza di sedici anni (indica la ragazza che sta scrivendo); ora vado a cercare mio figlio, mi piacerebbe farvelo conoscere.”  
Wiltshire (sparisce e torna con un ragazzo dodicenne, timido, grosso, con degli stivali sovrabbondanti, che non è affatto contento di essere presentato) “Anche lui è un bel ragazzo, ormai in grado di lavorare!” Disobbedendo, il giovane scappa via immediatamente e Wiltshire lo lascia andare.
Viaggiatore: “Deve costare parecchio un viaggio così lungo per tre persone!”        
Wiltshire: “Un sacco di soldi! Otto scellini la settimana, per tutta la durata del viaggio, messi da parte a poco a poco sul salario.”
Viaggiatore: “Mi chiedo come abbia fatto.”
Wiltshire (riconoscendo in me un’affinità di spirito): “Me lo chiedo anch’io! Ma con un contributo di qua, un piccolo aiuto di là, ci sono riuscito, anche se non so come. Abbiamo avuto dei disguidi, come quello di essere stati trattenuti per quindici giorni a Bristol, a causa di un errore di Fratello Halliday. Ci siamo mangiati parecchi soldi là, quando invece avremmo potuto partire subito.”  

    Viaggiatore (avvicinandosi con delicatezza all’argomento Joe Smith): “Voi siete mormone, naturalmente?”
Wiltshire (con aria confidenziale): “Sì, sono mormone.” Poi, con aria riflessiva, ripete: “Sono mormone.” Quindi si guarda intorno, fa finta di scorgere un amico in un angolo, che in realtà è vuoto, e si allontana per sempre dal Viaggiatore.
Durante la pausa di mezzogiorno la nave sembra deserta. Subito dopo, l’Ispettore governativo e il Dottore effettuano un esame generale degli emigranti, per verificare che siano adatti alla nuova vita. Le due autorità appoggiano tutte le loro cose su un barile e io, sapendo che tutti gli ottocento emigranti devono passare in quel punto, mi metto alle loro spalle. Posso testimoniare che i due funzionari svolgono le loro mansioni con grande delicatezza, modestia e gentilezza d’animo. Nel loro modo di procedere, non c’è traccia delle lungaggini dell’Ufficio della Circonlocuzione .  
    Gli emigranti adesso sciamano come api sul ponte di poppa. Due o tre agenti sono pronti a portarli alla presenza dell’Ispettore e poi a prenderli nuovamente in consegna quando questi ha finito il suo lavoro. A giudicare da quel che vedo, queste persone hanno infusa in sé una grande capacità organizzativa perché non c’è disordine, non c’è fretta, non si manifesta alcuna difficoltà.  
    Quando l’esame è finito, uno degli agenti chiede all’incaricato di avvisare i passeggeri di tenere pronto il biglietto. In un attimo, tutti ce l’hanno in mano.
    Ispettore (leggendo un biglietto): “Jessie Jobson, Sophronia Jobson, ancora Jessie Jobson, Matilda Jobson, William Jobson, Jane Jobson, ancora Matilda Jobson, Brigham Jobson, Leonardo Jobson, Orson Jobson. Siete tutti presenti?” chiede dando un’occhiata al gruppo al di sopra delle lenti.
Jessie Jobson numero due: “Tutti qui, signore.”
Il gruppo è composto dal nonno, dalla nonna, dal figlio,da sua moglie e dai loro figli, fra cui c’è Orson Jobson, che dorme fra le braccia della mamma. Il dottore, con una parola gentile, solleva lo scialle della donna, osserva il viso del bimbo e tocca la sua piccola mano stretta a pugno. Se fossimo tutti nelle condizioni di salute di quel piccolo, i dottori farebbero la fame.
Ispettore: “Bene, Jessie Jobson. Prendete il vostro biglietto e proseguite.”
Tutti passano oltre. L’agente mormone, tranquillo e capace, li fa allontanare e fa avvicinare il gruppo successivo.  
Ispettore (leggendo un altro biglietto): “Susannah Cleverly e William Cleverly. Fratello e sorella, vero?”   
Sorella (una giovane donna risoluta, che spinge avanti il fratello più lento) “Sì, signore.”  
Ispettore: “Molto bene, Susannah Cleverly. Prenda il biglietto, Susannah, e lo conservi con cura.”
Anche loro se ne vanno.

    Ispettore (prende un altro biglietto): “Sampson Dibble e Dorothy Dibble” (scruta sorpreso, al di sopra degli occhiali, una coppia molto vecchia). “Suo marito è quasi cieco, signora Dibble?”  
Signora Dibble: “Sì, signore, è cieco come una talpa.”     
Signor Dibble (volgendosi verso l’albero della nave): “Sì, signore, sono cieco come una talpa.”
Ispettore: “È un brutto affare. Prenda il biglietto, signora Dibble, non lo perda e vada avanti.”
Il dottore dà un colpetto sulle sopracciglia del signor Dibble con il dito indice, poi i due  si allontanano insieme.
Ispettore (prende un altro biglietto): “Anastasia Weedle.”
Anastasia (una giovane graziosa che indossa una garibaldi 3) dai colori vivaci e che è stata eletta a suffragio universale la ragazza più bella della nave): “Sono io, signore.”  
Ispettore: “Viaggia da sola, Anastasia?”  
Anastasia (scuotendo i riccioli): “Sono con la signora Jobson, signore, anche se in questo momento non siamo insieme.”
Ispettore: “Ah, è con la signora Jobson. Molto bene, signorina Weedle. Non perda il suo biglietto.”
La ragazza se ne va, raggiunge i Jobson che la stanno aspettando, e si china a baciare Brigham Jobson, anche se alcuni mormoni che li stanno osservando sembrano considerarlo troppo giovane per questo genere di effusioni. L’ampia gonna vaporosa della ragazza non si è quasi ancora allontanata dai barili che una vedova dall’aria piena di dignità con quattro figli ne ha già preso il posto e l’elenco continua.  

   Le facce di molti gallesi, per la maggior parte anziani, hanno delle espressioni poco intelligenti. Alcuni di questi emigranti, pasticcioni e incompetenti, avrebbero fatto una brutta fine senza l’aiuto di chi era sempre pronto ad aiutarli e indirizzarli. Il loro livello intellettuale è senza dubbio fra i più bassi e le teste del tipo più misero. Ci sono dei giovani uomini che viaggiano da soli e dei gruppetti di due o tre ragazze, di cui ho difficoltà a indovinare l’ambiente di provenienza e lo scopo del viaggio. Forse sono delle modiste di campagna o delle maestre e sono vestite in modo piuttosto vistoso. Molte di loro hanno al collo un portaritratti con l’immagine della Principessa del Galles e del defunto Principe consorte. Alcune signorine fra i 30 e i 40 anni, forse ricamatrici o cappellaie, vanno di sicuro in America a cercare marito, come le signore raffinate vanno a fare un viaggio in India per tradizione. Non credo che pensino alla pluralità di mariti e di mogli, come è un’assurdità considerare poligamici i gruppi familiari che ho sotto gli occhi.  
Si direbbe, ma non ho avuto modo di accertarlo, che in mezzo a questi emigranti siano rappresentate le attività manuali più comuni, come quella del contadino e del pastore, anche se non in maniera preponderante. È interessante vedere che il ruolo di guida della famiglia non viene mai meno, a partire dal semplice atto di rispondere all’appello: una volta lo fa il padre, più spesso la madre, qualche volta le figlie, magari la seconda o la terza di loro. Alcuni padri sembrano accorgersi per la prima volta di quanto sia numerosa la loro famiglia. Girano lo sguardo intorno come se sospettassero di trovarvi degli infiltrati dai gruppi vicini. Due bambini hanno sul collo i segni della scrofola, ma tutti gli altri sono belli e sani. Una donna anziana è stata dapprima scartata perché sospettata di febbre, ma poi si è provveduto a dare anche a lei un certificato di sana costituzione.  

Quando tutti sono passati e il pomeriggio comincia a trascinarsi stancamente, fa la sua apparizione sul ponte una scatola nera, custodita da alcuni personaggi pure in nero, uno dei quali ha l’aria di un predicatore itinerante. La scatola contiene una scorta di libri di inni religiosi stampati in modo chiaro e decorati, pubblicati a Liverpool e a Londra presso il Book Depot dei Santi dell’Ultimo Giorno, al n° 30 di Florence Street. Alcune copie hanno una bella rilegatura, ma le più richieste e comprate sono quelle più semplici ed economiche. Il titolo del libro è: Inni sacri e canti spirituali della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi dell’Ultimo Giorno. La prefazione, datata Manchester 1840, suona così: “In questo paese i Santi hanno molto desiderato un libro di inni adattato alla loro fede e venerazione, che permetta di cantare la verità con un cuore pieno di comprensione e di esprimere la lode, la gioia e la gratitudine in canti conformi alla nuova ed eterna Alleanza. Assecondando i loro desideri abbiamo selezionato questo volume, che speriamo sia considerato accettabile in attesa di avere una maggiore varietà. Con sentimenti di grande stima e considerazione ci dichiariamo fratelli nella nuova ed eterna Alleanza. Brigham Young, Parley P. Pratt, John Taylor.”
Da questo libro – che non mi ha chiarito la nuova ed eterna Alleanza e non ha aiutato il mio cuore a capire quel mistero – viene cantato un inno che non ha molto seguito, sostenuto solo da un circolo di eletti. Invece il coro sul battello è molto popolare e gradevole da ascoltare; avrebbe anche dovuto esserci la banda, ma il cornetto è in ritardo. Nel corso del pomeriggio arriva una madre a cercare la propria figlia “scappata con i mormoni”. L’ispettore le dedica una grande attenzione, ma la ragazza non viene scovata. I Santi, invece, non mi sembrano particolarmente interessati a rintracciarla.       

    Verso le cinque, la cucina di bordo si riempie di bollitori per il tè e una piacevole fragranza pervade la nave. Nessuno si precipita né accelera i movimenti, nessuno spinge, nessuno litiga o è di malumore.  
Lascio l’Amazon mentre la preparazione del tè è in pieno svolgimento e il pigro rimorchiatore fa a gara ad emettere più fumo e vapore e la nave si prepara a partire alle due di notte, con l’arrivo della marea.  
Ho saputo più tardi che, prima di salpare per il grande oceano, il capitano ha mandato a terra un dispaccio nel quale lodava il comportamento degli emigranti, l’ordine e la correttezza della loro organizzazione sociale. Che cosa attende queste povere persone sulle sponde del Gran Lago Salato? Di quali felici delusioni saranno vittime, su quali miserabili cecità si apriranno i loro occhi? Ero salito sulla nave pronto a testimoniare contro di loro se lo avessero meritato. Con mio grande stupore non lo meritavano e le mie tendenze e predisposizioni non devono falsare la mia testimonianza. Sono sceso dall’Amazon con la sensazione che qualche notevole influenza doveva aver prodotto un risultato straordinario, spesso non raggiunto da influenze migliori.


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