Il mio cuore è dove sono le navi - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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   Dickens ama le diligenze, i treni, ma, soprattutto, le navi. Nel bellissimo, malinconico racconto Il naufragio lo scrittore racconta la tragedia del clipper Royal Charter. I clipper sono i velieri grandi e veloci usati per i trasporti transoceanici, dotati anche di un motore ausiliario, da usare in caso di assenza di vento. Il 26 ottobre 1859 il Royal Charter fa naufragio sulla costa di Anglesey. Non si conosce il numero preciso di morti, perché la lista dei passeggeri va persa nel naufragio, ma si calcola che siano circa 450. L’imbarcazione è stata costruita nei cantieri Sandycroft Ironworks, sul fiume Dee e messa in mare nel 1857. È un tipo di nave innovativo, con lo scafo rinforzato da tonnellate di acciaio. Fa servizio fra Liverpool e l’Australia come nave passeggeri. C’è posto per 600 persone, con sistemazioni di lusso in prima classe, ma c’è spazio anche per le merci. È considerata una nave molto veloce, capace di fare il viaggio in 60 giorni.

 
   Alla fine di ottobre del 1859, il Royal Charter, partito da Melbourne, sta facendo ritorno a Liverpool. Fra i passeggeri ci sono molti cercatori d’oro che si sono arricchiti in Australia. I loro lingotti sono conservati nella strongroom, la camera blindata, ma molti li portano anche sulla persona, sotto forma di cinture. Mentre la nave raggiunge la punta nord ovest di Anglesea, il barometro scende. Il capitano Thomas Taylor decide tuttavia di continuare la navigazione. All’improvviso, il vento diventa fortissimo e il mare raggiunge forza 12, quella di un uragano. La catena dell’ancora e quella di tribordo si strappano e, malgrado vengano tagliati gli alberi per ridurre l’impatto del vento, la nave finisce prima su un banco di sabbia, poi contro le rocce, dove si spezza. Alcuni passeggeri riescono a raggiungere la riva, ma la maggior parte di essi muore. Il fatto di indossare delle cinture d’oro pesanti non aiuta. Sopravvivono solo 21 uomini e 18 membri dell’equipaggio. Ancora oggi si possono vedere le loro tombe nel cimitero presso la chiesa di Llanallgo. Sulla scogliera rocciosa c’è un monumento funebre.
 
   Dickens si reca sul posto due mesi dopo il disastro. Corrono voci che gli abitanti del villaggio, anziché prestare soccorso, si siano precipitati sull’oro finito a riva. Lui visita i luoghi, parla con il reverendo Stephen Roose Huges, cerca la verità e ne porta testimonianza.

 
   Nel racconto Diretti al Gran Lago Salato la descrizione di un gruppo di mormoni - contadini, pastori, maestre, ricamatrici – che partono alla ricerca di una vita migliore in America, ricorda quelle dei nostri emigranti. Dickens è stupito della loro organizzazione e della ferrea disciplina che c’è a bordo. Malgrado la grande calca, non c’è alcuna precipitazione nei loro movimenti, nessuno litiga o fa confusione mentre è in coda per l’ispezione e per la visita medica, nessuno litiga. Anzi, tutti esprimono gioia e gratitudine con i canti religiosi. La cosa che connota la loro origine anglosassone sono i bollitori di cui si riempie la nave alle cinque in punto. Cosa attenderà questi anglosassoni, che alle cinque in punto mettono sul fuoco il bollitore per il tè, sulle sponde del Gran Lago Salato? Andranno incontro a delusioni o riusciranno nei loro propositi?

   Il racconto Sulla nave, invece, è un insieme di fantasticherie e di reminiscenze di viaggi diversi, di episodi forse realmente accaduti, forse no. O forse accaduti a un’altra persona, ma a chi? E dove? E quando? Il racconto procede così, in stile onirico, con i ricordi che vanno e vengono, che galleggiano e si allontanano, fra pesci mostruosi e navi fantasma…


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