Il naufragio della golden mary 2 - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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E' mia intenzione soffermarmi sulla parte personale e individuale del mio racconto, come la chiamo, e il suddetto incidente mi mette sulla giusta via. La pazienza e la buona disposizione d’animo che c’era fra noi era meravigliosa. E se questo non mi sorprendeva nelle donne, perché tutti i nati di donna conoscono le grandi qualità da loro manifestate quando gli uomini vengono meno, sono rimasto sorpreso nel vederla in alcuni marinai. In mezzo a trentuno persone capitate insieme per caso ci sono sempre almeno due o tre individui bizzarri. Sapevo che fra i miei uomini ce n’era più di uno dal carattere rozzo e li  avevo fatti venire apposta sulla mia scialuppa per averli sempre sott’occhio. Tuttavia, le miserabili condizioni in cui ci trovavamo ne avevano ammorbidito i modi, rendendoli rispettosi verso le signore e pieni di comprensione verso la bambina, quanto lo sarebbe stato il migliore di noi. Non udivo lamenti, a parte quelli di coloro che dormivano sdraiati sul fondo, che gemevano nel sonno. Il marinaio che era di turno ai remi faceva scorrere sul mare il suo sguardo triste e, quando non lo guardavo, piagnucolava in modo lugubre e gemeva. Ma, quando i nostri sguardi si incrociavano, egli si rasserenava e smetteva. Avevo l’impressione che non si rendesse conto dei suoni che emetteva e che gli sembrasse invece di stare canticchiando.
Le sofferenze causate dal freddo e dall’umidità erano molto più grandi di quelle causate dalla fame. Cercavamo di tenere la bambina al caldo ma dubito che riuscissimo a scaldarci noi stessi per più di cinque minuti ed era deprimente vedere le persone rabbrividire e battere i denti. La bambina aveva pianto un po’ per la perdita della Golden Mary, la sua compagna di giochi, ma poi non si era più lamentata. Quando il tempo lo permetteva, qualcuno di noi la sollevava in alto per permetterle di vedere la barca di John Steadiman. Rivedo i suoi capelli biondi e il suo viso innocente, fra me e le nuvole in movimento, simile a quello di un angelo che sta per volare via.

   Il secondo giorno, verso sera, la signora Atherfield ha cantato una canzone a Lucy per farla addormentare. Aveva una voce dolce e melodiosa e, quando ha finito, tutti le hanno chiesto di cantarne un’altra. Lei lo ha fatto e, quando si è fatto buio, ha cantato l’Inno della sera. Da quella volta, quando era possibile farsi sentire al di sopra del rumore del mare e del vento, e finchè le era rimasta un po’ di voce, nulla ci dava più conforto del canto della sera. Noi ci univamo a lei nell’ultima strofa e ci veniva da piangere, ma per la commozione, non per lo sconforto. Pregavamo anche il mattino e la sera, quando il tempo lo permetteva.
Dopo dodici notti e undici giorni che eravamo nella scialuppa il signor Rarx ha cominciato a delirare. Mi gridava di gettare tutto l’oro in mare altrimenti saremmo affondati. Ma la vera ragione del suo furore era che, negli ultimi giorni, la salute della bambina era peggiorata. Continuava a ripetermi di dare a lei la carne e il rum e di salvarla a tutti i costi o saremmo stati rovinati. In quei momenti la bambina stava ai miei piedi, fra le braccia della mamma e con una delle manine le stringeva il collo o il mento. Io vedevo che quella piccola mano si consumava piano piano e sapevo che la fine era vicina.
Le urla dell’uomo stonavano talmente con l’atteggiamento amorevole e remissivo della madre che l’ho richiamato con tono rabbioso, minacciandolo, se non si fosse calmato, di fargli dare una bastonata in testa e poi gettarlo in mare. Allora si è zittito per un’oretta, fino a quando la bambina è morta, serenamente. I lamenti della madre - i primi da quando avevamo fatto naufragio perchè, pur essendo minuta, aveva una grande forza d’animo - hanno reso noto a tutti quello che era successo. Allora il vecchio signor Rarx è diventato incontrollabile: si strappava di dosso gli stracci che indossava, lanciava imprecazioni, mi gridava che se avessi gettato in mare l’oro - ancora una volta l’oro! - avrei potuto salvare la bambina.
“Adesso – ha aggiunto con voce tremenda – sprofonderemo tutti, andremo giù dal diavolo per colpa dei nostri peccati e non ci sarà una bambina innocente a sostenerci!” Abbiamo così scoperto con sbigottimento che l’unica ragione per cui egli voleva che la bimba restasse in salute era il potere che, secondo la sua credenza superstiziosa, lei aveva di proteggerlo dalla morte! Il fabbro armaiolo, che era seduto vicino a lui, ha pensato che fosse troppo e lo ha preso per il collo, facendolo rotolare sotto la panca dei rematori, dove è rimasto immobile per ore.

   In quella tredicesima notte, mentre reggevo il timone, la signorina Coleshaw, appoggiata alle mie ginocchia, ha dato conforto e fatto coraggio alla povera madre, che teneva in grembo la bimba, coperta dal mio giaccone. Mi tormentava il pensiero che non avevamo un libro di preghiere e che erano ben poche le frasi che ricordavo dell’ufficio dei defunti. Quando, a giorno fatto, mi sono alzato in piedi, tutti sapevano che cosa stava per succedere. Ho notato che i miei compagni hanno fatto l’atto di scoprirsi il capo, anche se da tempo non possedevano più un berretto.
 
Il mare era agitato e c’era l’onda lunga, ma per il resto era una bella mattina e, verso est, c’erano degli ampi squarci di luce sulle onde. Mi sono limitato a pronunciare: “Io sono la Resurrezione e la Vita, ha detto il Signore. Egli ha resuscitato il figlio della vedova. Egli è risorto e molti ne sono stati testimoni. Egli amava i bambini e ha detto: ‘Lasciate che i pargoli vengano a me, non li respingete perché loro è il regno dei cieli.’ Nel Suo nome, amici miei, la affido alla misericordia divina!” Dopo aver proferito queste parole, ho appoggiato il mio ruvido viso sulla placida fronte di Golden Lucy e l’ho sepolta nella tomba della Golden Mary.
La fine della bambina ha tenuto fin qui la mia mente occupata e mi sono scordato di una cosa di cui volevo parlare. La riferirò adesso, dato che sta bene qui come in qualsiasi altro punto.
Pensavo da tempo che, se la nostra barca fosse sopravvissuta al maltempo, non molto più tardi sarebbe venuto il giorno in cui non avremmo più avuto niente da mangiare e mi era venuta un’idea fissa. Mi ero convinto da anni che i casi in cui le persone che si trovano in emergenza si spingono a cibarsi dei propri simili siano molto rari e che si preferisca invece, anche in situazioni estreme, ridurre i propri bisogni e sopportare la durezza della propria condizione. Tuttavia, anche se la pensavo così, paventavo il fatto che il far finta di non pensarci potesse rivelarsi dannoso e diventare un pericolo. Avevo paura che il soffermarsi in segreto su questo pensiero da parte di persone rese deboli dal digiuno le potesse portare a subirne l’attrazione. Non era un’idea mia, era una cosa che avevo letto nei libri. Tuttavia, mentre ero a bordo della scialuppa, quest’immagine si era ingigantita nella mia mente e il quarto giorno ho deciso che avrei portato alla luce quella paura indefinita che doveva essere presente nell’animo di tutti.

   Perciò, per ingannare il tempo e infondere speranza, ho raccontato brevemente  il viaggio del capitano Bligh che, dopo l’ammutinamento del Bounty, aveva coperto tremila miglia su di una barca scoperta senza perdere alcuno dei suoi marinai. Mi hanno ascoltato tutti con grande interesse e io ho concluso dicendo che, a mio parere, la parte migliore di quell’episodio, secondo quanto aveva scritto il capitano, che non era certo una persona tenera e piena di riguardi, era che in nessun caso i suoi uomini, per quanto emaciati e sfiniti dalla fame, avrebbero mangiato carne umana. Non so descrivere il sollievo che si era diffuso nella scialuppa in quel momento, avevano tutti le lacrime agli occhi. Ero convinto, al pari di Bligh, che neanche a noi sarebbe accaduta una cosa del genere e che quel fantasma non ci avrebbe più perseguitati.
Nel suo rapporto, il capitano Bligh riferisce anche di aver notato che, nei momenti in cui i suoi uomini sembravano più abbattuti, non c’era nulla che li risollevasse maggiormente di una storia narrata da uno di loro. Quando l’ho detto, ho visto che questa cosa colpiva l’attenzione generale, come aveva colpito me, anche se me ne ero accorto solo nel momento in cui avevo raccontato la vicenda. Era il giorno successivo a quello in cui la signora Atherfield aveva cantato per noi la prima volta. Allora ho proposto che, quando il tempo lo avesse permesso, avremmo ascoltato una storia due ore dopo il pranzo – chiamavo pranzo le razioni di cui ho parlato prima e le preparavo intorno all’una – mentre, al tramonto, avremmo ascoltato una canzone. La proposta è stata accettata con una tale soddisfazione gioiosa da scaldarmi il cuore e non esagero se dico che questi due momenti della giornata erano attesi con grande piacere ed erano apprezzati da tutti i marinai. I nostri corpi erano simili a spettri, ma la nostra immaginazione non era svanita insieme alla carne, che non copriva più le nostre ossa. La Musica e l’Avventura, i due grandi doni che la Provvidenza ha fatto all’umanità, possono affascinare anche dopo che si è perso tutto il resto.

   Nei giorni successivi abbiamo quasi sempre avuto il vento contrario e siamo riusciti con difficoltà a tenere il mare. Abbiamo avuto pioggia, grandine, neve, vento, nebbia, tuoni e fulmini. Eppure, malgrado il mare agitato, le barche sono rimaste a galla e noi abbiamo continuato a salire e a scendere, sollevati dalle grandi onde. Sedici notti e quindici giorni, venti notti e diciannove giorni, ventiquattro notti e ventitrè giorni. Così il tempo passava. Per quanto la scarsità o, meglio, l’assenza di progressi fosse deprimente, non ho mai ingannato i miei compagni con i calcoli. Sentivo che eravamo troppo vicini all’eternità per ricorrere a dei raggiri e, nel caso in cui io avessi fallito l’impresa o fossi morto, era necessario che il mio successore conoscesse come stavano realmente le cose per andare avanti. A mezzogiorno, quando ho enunciato quello che, secondo le mie stime, avevamo guadagnato o perso, essi hanno accolto le mie parole con tranquilla rassegnazione e con gratitudine nei miei confronti. Non era insolito che nel corso della giornata qualcuno di loro scoppiasse a piangere senza che, apparentemente, fosse successo qualcosa di nuovo e che, quando la crisi era passata, tornasse a uno stato di calma maggiore rispetto a prima. Avevo visto accadere la stessa cosa in una casa colpita da un lutto.
Durante questo tempo, il vecchio signor Rarx aveva avuto altri attacchi e mi gridava di gettare in mare l’oro -sempre l’oro! - e mi rimproverava aspramente per non aver salvato la bambina. Ma adesso che il cibo era finito e che io non avevo altro da servire all’infuori di  qualche chicco di caffè, era diventato troppo debole per persistere nel suo atteggiamento  e se ne restava silenzioso. La signora Atherfield e la signorina Coleshaw stavano spesso con la testa e un braccio appoggiati sulle mie ginocchia. Non si sono mai lamentate. Prima della morte della bambina la signora Atherfield si ravviava i bei capelli, in particolare prima di cantare la canzone serale, quando tutti la guardavano. Dopo la perdita della sua creatura non lo ha più fatto e la sua chioma sarebbe diventata tutta aggrovigliata per lo sporco e il salmastro se la signorina Coleshaw non se ne fosse presa cura  e non l’avesse lisciata spesso con le sue esili dita.       

   Non raccontavamo più la nostra storia quotidiana ma un giorno, più o meno in questo periodo, mi è tornata in mente la superstizione del vecchio signor Rarx su Golden Lucy e ho detto ai miei compagni che nulla svanisce davanti agli occhi di Dio, anche se molto è celato agli occhi degli uomini.
“Siamo stati tutti bambini un tempo – ho detto –  i nostri piedini hanno passeggiato nel verde dei boschi e le nostre manine hanno raccolto i fiori nei giardini, dove cantavano gli uccelli. I bambini che siamo stati non sono perduti nella grande conoscenza del nostro Creatore. Quelle creature innocenti compariranno davanti a Lui, a intercedere per noi, quello che siamo stati nel momento migliore della nostra giovinezza si leverà con noi. La parte più pura della nostra vita ci accompagnerà verso il luogo a cui siamo tutti diretti. Ciò che siamo stati sarà presente e vivo davanti a Lui come quello che siamo ora.” Sono stati tutti confortati, non meno di me, da questa considerazione e la signorina Coleshaw, accostando il mio orecchio alle sue labbra, ha detto: “Capitano Ravender, stavo andando a sposare un uomo caduto in disgrazia, che avevo molto amato quando era una persona buona e rispettabile. Le vostre parole sembrano uscite dal mio povero cuore.” Poi ha premuto su di esso la mia mano e ha sorriso.
Ventisette notti e ventisei giorni. Non c’era penuria di acqua piovana, ma non avevamo nient’altro. Eppure, anche allora, appena posavo gli occhi sul viso di qualcuno, vi vedevo comparire un’espressione sorridente. Com’è bello, nei momenti di pericolo e in presenza della morte, vedere un viso che si illumina davanti a uno sguardo! Ho sentito dire che sulle grandi navi moderne gli ordini vengono dati dal telegrafo elettrico. Io ammiro le macchine come chiunque altro e sono riconoscente per quello che possono fare per noi, ma esse non sostituiranno mai il viso di un uomo, con dentro la sua anima, che incoraggia un compagno a essere forte e leale. Non si può chiedere questo a una macchina, si spezzerebbe come un fuscello di paglia.
Avevo cominciato a notare dentro di me dei cambiamenti che non mi piacevano affatto e che mi causavano molta inquietudine. Vedevo apparire Golden Lucy nel cielo sopra alla barca, la vedevo spesso seduta ai miei piedi.

   Venti volte al giorno vedevo affondare la Golden Mary, proprio come era successo nella realtà. Il mare non mi sembrava più mare, ma terra in movimento, con regioni montagnose che non avevo mai visto prima. Ho compreso che era venuto il momento di affidare a John Steadiman le mie ultime parole, nel caso in cui fosse sopravvissuta qualche bocca per ripeterle a un orecchio vivente. Volevo anche far sapere che John mi aveva detto di aver gridato “Scogli giganteschi a prua!” nel momento in cui li aveva visti e che aveva tentato di virare di bordo, ma che la nave era stata colpita prima che la manovra potesse essere compiuta. Volevo aggiungere che tutto era successo senza preavviso e senza la possibilità di prendere dei provvedimenti per evitarlo, che sarebbe successa la stessa cosa anche se fossi stato io al comando, che non c’era nulla da rimproverare a John, che era stato ligio al dovere fino in fondo. Ho cercato di scrivere tutto questo sul mio taccuino, ma, anche se sapevo quali avrebbero dovuto essere le parole da annotare, non sono riuscito a stilare neanche un rigo. In quel momento, le mani di Golden Lucy – anche se lei era morta da molti giorni  - mi hanno adagiato delicatamente sul fondo della barca e lei e la Golden Mary mi hanno cullato dolcemente fino a quando non mi sono addormentato.    
 
Quello che segue è stato scritto da John Steadiman, primo ufficiale
 
   Il ventiseiesimo giorno dall’affondamento della Golden Mary, io, John Steadiman, sedevo al mio posto a poppa del battello, con l’energia appena sufficiente per manovrare – gli occhi, anche se indeboliti, spalancati al di sopra della prua, il cervello assopito e immerso nei sogni – quando a un tratto sono stato ridestato dal signor William Rames, il secondo ufficiale.
“Lasciatemi prendere il vostro posto per un po’ – mi ha detto – e guardate laggiù a poppa verso la scialuppa. L’ultima volta che è salita sulla cresta di un’onda mi è parso di veder sventolare un segnale a bordo.”  
Lentamente e in modo maldestro, perché eravamo entrambi deboli e storditi dall’umidità, dal freddo e dalla fame, abbiamo cambiato posto. Ho atteso per un po’, osservando le grosse onde a poppa, finchè la scialuppa non si è alzata su di esse e noi con lei.
Quando è stata bene in vista, si è scorto uno straccio legato a un remo issato a prua, che sventolava come segnale.
“Che cosa vorrà dire? – mi ha chiesto Rames con voce tremula – Segnala una nave in vista?”
“Tacete, per l’amor di Dio! – gli ho risposto, mettendogli una mano sulla bocca – Non fatevi sentire dai marinai! Impazzirebbero se li ingannassimo sul significato di quel segnale. Aspettate un po’, lasciatemi dare un’altra occhiata.”
Mi sono appoggiato a lui perché la notizia che vi potesse essere una nave in vista mi aveva messo in agitazione. Ho guardato di nuovo in direzione della scialuppa. Essa si è risollevata con la nuova onda. Questa volta ho visto in modo chiaro il segnale e ho notato che era fissato a mezz’asta.

   “Rames – ho detto – è un segnale di richiesta di soccorso. Passate parola di tenere il mare e nient’altro. Dobbiamo portarci il più in fretta possibile a tiro di voce.”
Senza dir nulla, mi sono lasciato cadere al mio vecchio posto al timone, perché l’idea che fosse successo qualcosa al Capitano Ravender mi dilaniava, tagliente come un coltello. Non considererei conveniente scrivere altro sull’argomento se non fosse che ho deciso di scrivere tutta la verità, senza nascondere nulla e per questo devo confessare di aver sentito, per la prima volta, il cuore sprofondare. Questa debolezza da parte mia era in parte una conseguenza di tutta l’ansia e il tormento provati in precedenza.
Le nostre provviste – se si può dare questo nome al poco che ci era rimasto – si riducevano alla scorza di un limone e a due manciate di chicchi di caffè. Alle pene causate dalla morte, dal pericolo e dai patimenti dell’equipaggio e dei passeggeri, se ne è aggiunta una personale ancora più squassante, relativa alla morte della bambina da me molto amata e di cui ero diventato segretamente geloso dopo che era stata fatta salire sulla scialuppa, anziché sul mio battello, quando la nave era affondata. Ogni volta che il mare lo permetteva, i marinai sollevavano in alto Golden Lucy e noi ci sentivamo confortati, perché lei ci sembrava la vista più bella e luminosa che avessero da offrirci. Alla distanza da cui la vedevamo ci sembrava un piccolo uccello bianco sospeso nell’aria. Quando, in un giorno di bel tempo, abbiamo cercato con gli occhi il nostro uccellino bianco e non l’abbiamo visto apparire, abbiamo provato una grande delusione. Qualche giorno dopo, nel salutare la scialuppa, la vista delle teste dei marinai chine in avanti e della mano del capitano con il dito puntato verso il mare mi ha sconvolto e provocato una fitta al cuore come non ne avevo mai provate prima. Dico queste cose per spiegare che, se in un primo momento mi aveva atterrito l’idea che il capitano fosse morto, era perché in precedenza ero stato messo a dura prova da tutte le pene che spesso fanno parte del destino e che – quanto spesso! - l’uomo deve sopportare.

   Con l’aiuto di un sorso d’acqua ho attenuato il groppo in gola e, con la mente di nuovo calma, mi apprestavo ad affrontare il peggio, quando mi è giunto alle orecchie un appello (che il Signore li aiuti, poveretti, come suonava debole!):
“Ehi, voi del battello!”
Ho guardato nella direzione della scialuppa. I nostri compagni di sventura erano sballottati di fianco a noi, non così vicini da poterne vedere i lineamenti, ma abbastanza,  quando il vento non era troppo forte, da sentirne le voci, per quanto ce lo consentiva la nostra condizione di deperimento.
Ho risposto al richiamo, poi ho atteso un po’, ma, non avendo udito nulla, ho gridato il nome del capitano. La voce che mi aveva risposto non sembrava la sua e le parole che mi sono giunte erano:
“Il primo ufficiale venga a bordo!”
I miei marinai sapevano bene quanto me che cosa significasse questo. Ci poteva essere solo una ragione per chiamare me, comandante in seconda, a bordo della scialuppa. Abbiamo emesso tutti un gemito e i marinai si sono guardati in faccia bisbigliando:
“Il capitano è morto!”
Ho ordinato loro di fare silenzio, dato che non eravamo sicuri della brutta notizia, in un momento già così difficile. Poi ho gettato un grido verso la scialuppa e ho segnalato che sarei salito a bordo appena il tempo lo avesse reso possibile. Quindi ho fatto una pausa per riprendere fiato, poi ho urlato con quanto fiato avevo in gola:
“Il capitano è morto?”

   Dopo che si era udita la mia voce, nella parte posteriore della scialuppa sono apparse le sagome scure di tre o quattro uomini, curvi in avanti. Sono scomparsi per un minuto poi sono riapparsi. Uno di loro, tenuto dritto dagli altri, ha gridato le parole auspicate (una speranza anche debole era importante per delle persone nelle nostre condizioni):  
“Non ancora!”
È impossibile descrivere (almeno non con le parole che uno come me può formulare) il sollievo provato da me e dai miei marinai alla notizia che non avevamo perduto il nostro comandante, anche se non era in condizione di compiere il suo dovere. Ho fatto del mio meglio per distrarre gli uomini dicendo loro che quello era un buon segno e che non eravamo ridotti così male come avevamo temuto, poi ho comunicato a William Rames le istruzioni necessarie per prendere il mio posto, dopo che io fossi andato sulla scialuppa. Non rimaneva che attendere che il vento calasse e che il mare si calmasse, per consentire agli equipaggi debilitati di far affiancare le due imbarcazioni senza correre troppi rischi e senza dover affrontare prove eccessive di forza e di abilità. Sia gli uni che gli altri pativamo ormai la fame da giorni e giorni.
Al tramonto il vento è calato, ma il mare, che era stato agitato per tanto tempo, ha impiegato diverse ore prima di calmarsi. La luna splendeva, il cielo era chiaro, e, secondo i miei calcoli, non era passata da molto la mezzanotte, quando il movimento delle onde è diventate di nuovo calmo e regolare, tanto da farmi decidere di diminuire la distanza fra noi e la scialuppa.

   Forse era un’illusione, ma ho pensato che non avevo mai visto, né sul mare né sulla terra, la luna brillare così bianca e spettrale come quella notte, mentre compivamo le manovre per avvicinarci ai nostri compagni di sventura. Quando non c’era fra di noi che la lunghezza di una barca, la luce bianca ha inondato i nostri volti e ha illuminato i due equipaggi, che si appoggiavano ai remi con un tremito. Ci siamo guardati l’un l’altro, oltre le murate, in preda al panico.
“Avete perso qualcuno?” ho chiesto in quel silenzio terribile.
Al suono della mia voce, i marinai della scialuppa si sono radunati come fanno le pecore.
“A parte la bambina, ancora nessuno, grazie a Dio!” ha risposto uno di loro.
Sentendo queste parole, anche i miei marinai si sono raggruppati. Temevo che, in quel primo incontro, la vista dei terribili cambiamenti prodotti su di noi dalla pioggia, dal freddo e dalla fame avrebbe generato nei passeggeri un senso di orrore difficile da superare. Perciò, senza dar tempo a ulteriori domande e risposte, ho ordinato ai marinai di portare le navi una di fianco all’altra. Quando mi sono alzato e ho affidato il timone a Rames, i miei poveri compagni di viaggio hanno sollevato i loro pallidi volti imploranti verso di me.   
“Non lasciateci, signore – hanno detto – non lasciateci.”
“Vi lascio – ho risposto – sotto il comando e la guida del signor William Rames, un marinaio bravo quanto me e un uomo fidato e gentile come nessuno. Fate il vostro dovere con lui, come lo avete fatto con me, e ricordate che finchè c’è vita c’è speranza. Che Dio vi benedica e vi aiuti!”.
Dopo aver pronunciato queste parole, ho raccolto le poche forze rimastemi, ho afferrato le braccia protese verso di me e sono saltato nella camera di poppa dell’altra barca.

   “Fate attenzione a dove mettete i piedi, signore” ha bisbigliato uno dei marinai che mi aveva aiutato a salire sulla scialuppa. Mentre parlava ho guardato in basso e sotto di me c’erano tre figure strette l’una all’altra. La luce della luna cadeva su di loro attraverso gli spiragli lasciati liberi dagli uomini in piedi o seduti tutt’intorno. Il primo viso che ho scorto era quello della signorina Coleshaw. Sembrava in sé, i suoi occhi erano spalancati e fissi su di me. Dal movimento delle labbra capivo che cercava di parlarmi, ma non la sentivo pronunciare alcuna parola. Il capo della signora Atherfield era appoggiato sulla sua spalla e credo che la mamma della nostra povera Golden Lucy stesse sognando la sua bambina morta, perché aveva un lieve sorriso sul pallido viso immobile rivolto verso il cielo e gli occhi chiusi e quieti. Ho guardato un po’ più in basso e lì, con la testa sulle ginocchia e con una mano poggiata teneramente sulla guancia, stava il capitano, l’uomo a cui ci eravamo sempre rivolti per avere aiuto e consiglio, che si era consumato per salvarci, il migliore e il più coraggioso di tutti noi. Ho infilato delicatamente la mano sotto ai suoi vestiti e l’ho appoggiata sul cuore. Ho sentito un debole calore ma non ho percepito alcun battito sotto alle mie dita intorpidite. I due uomini che erano con me, vedendo quello che stavo facendo e sapendo che amavo il comandante come un fratello, scorgendo sul mio volto un timore più grande di quello che ero consapevole di mostrare, hanno perso il controllo e hanno cominciato a lamentarsi in modo commovente, singhiozzando su di lui. Uno dei due ha scostato la giacca che copriva i suoi piedi e mi ha fatto vedere che erano nudi, tranne un pezzo di calzino bagnato che vi era rimasto attaccato. Quando la nave aveva cozzato contro l’iceberg, lui era corso sul ponte, lasciando le scarpe in cabina. Per tutto il viaggio i suoi piedi erano rimasti senza protezione e nessuno se ne era accorto, finchè non era crollato. Fino a quando era riuscito a tenere gli occhi aperti, il suo sguardo aveva risollevato il morale agli uomini e incoraggiato le donne. Tutte le persone a bordo, nessuna esclusa, avevano goduto, chi in un modo, chi nell’altro, della benefica influenza di quell’uomo coraggioso. E tutti lo avevano sentito attribuire ad altri dei meriti che in realtà erano suoi. Lodava l’uno per la pazienza, ringraziava l’altro per l’aiuto, quando la pazienza e l’aiuto erano venuti da lui. Ho ascoltato tutto questo e molto altro dalle labbra dei marinai, che piangevano il loro comandante stando rannicchiati e che, per scaldarlo, avvolgevano con grande tenerezza la giacca attorno ai suoi piedi.

   Non avevo la forza di porre un freno alla loro pietà ma sapevo che se questa disposizione d’animo si fosse propagata ancora di più, non ci sarebbe stata alcuna possibilità di tenere vive la speranza e la voglia di lottare dei passeggeri. Perciò ho invitato tutti a tornare ai loro posti, li ho incoraggiati e ho promesso loro che il mattino dopo, appena avesse fatto giorno, avrei servito loro la maggiore quantità di cibo possibile. Poi ho gridato a Rames di tenere la mia vecchia barca il più possibile vicino a noi, ho avvolto con cura i vestiti e le coperte intorno ai corpi delle due donne e, recitando in segreto una preghiera affinchè il mio nuovo compito andasse a buon fine, ho preso il posto del capitano al timone della scialuppa.
Questo è il resoconto fedele e completo di come, la mattina del ventisettesimo giorno dopo l’affondamento della nave in seguito all’urto con l’iceberg, io sia giunto ad avere la responsabilità dei passeggeri e dell’equipaggio della Golden Mary.

(WILKIE COLLINS)
 
   All’alba del ventisettesimo giorno dalla nostra disgrazia mi sono chiesto segretamente: “Quante altre mattine il più robusto di noi vivrà per vedere?” Sin da quando avevamo dovuto abbandonare la nave ed eravamo saliti sulla scialuppa avevo tenuto il conto dei giorni e sapevo che eravamo arrivati a un altro giovedì. A giudicare da come mi sentivo io, che ero uno dei più robusti a bordo, pensavo che, a meno di un intervento della Provvidenza misericordiosa, nessuno di noi avrebbe superato la domenica successiva.
A confermare il mio pessimismo c’erano state due scoperte fatte quando avevo controllato la cambusa, dopo aver distribuito tutto il cibo disponibile promesso, insieme a un po’ d’acqua. La prima era che negli armadietti delle due navi non era rimasto neanche un grammo di roba da mangiare, la seconda che la riserva d’acqua si riduceva al contenuto di una bottiglia da vino.
Dopo che i chicchi e l’acqua sono stati distribuiti, ho notato che il nutrimento non aveva avuto alcun effetto sul morale dei passeggeri (tranne in un caso) e non aveva rafforzato il vigore dei marinai. L’eccezione era il signor Rarx. Quando ha sentito sotto il naso l’odore dei chicchi di caffè quel rozzo, avido e vecchio peccatore si è risvegliato dalla sua catalessi. Ha trangugiato la sua razione con un’avidità invidiabile anche in un giovane e ha cominciato a farfugliare qualcosa su di una nuova prospettiva di vita aperta davanti a sè. Immaginava di scavare una miniera d’oro e di scendere nelle profondità della terra alla velocità di trenta o quaranta miglia all’ora.     
“Lasciatemi stare – diceva – lasciatemi in pace. Più scavo, più divento ricco. Vado giù, giù, giù, fino a riemergere all’altro capo del mondo in una pioggia d’oro!” Poi ha cominciato a scalciare debolmente, colpendo il fondo della barca con i talloni.

   Ma riguardo agli altri passeggeri, era triste vedere quanto poco l’ultimo piccolo pasto li avesse aiutati. Mi occupavo personalmente delle due donne. Quando ho porto alla signorina Coleshaw i pochi chicchi della sua razione, lei ha indicato la sua gola. Li avevo schiacciati finemente, li avevo mischiati con un po’ d’acqua, ma, anche se l’ho aiutata a inghiottirli, lei li ha mandati giù con grande difficoltà. L’espressione sul suo viso non è cambiata e non ha recuperato la capacità di parlare, neanche in un bisbiglio. Mi sono quindi rivolto alla signora Atherfield. Era difficile svegliarla dallo stato di torpore e di semisvenimento in cui si trovava ed era ancora più difficile farle aprire la bocca, quando ho accostato la tazza di latta alle sue labbra. Quando finalmente sono riuscito a farle mandar giù la sua razione di acqua, lei ha richiuso gli occhi ed è tornata alla posizione di prima. Ho visto le sue labbra muoversi e, accostandovi l’orecchio, ho potuto cogliere alcune delle parole che mormorava fra sé e sé. Stava ancora sognando Golden Lucy. Lei e la bambina passeggiavano in riva a un lago, nella stagione in cui fiorivano i ranuncoli. Golden Lucy li raccoglieva e ne faceva una collana, a imitazione di quella indossata dalla madre. Portavano con sé un cestino e si accingevano a cenare nella cavità di un grande albero che cresceva sulle sponde del lago. Penso che pochi uomini abbiano fatto l’esperienza di immaginare il bel quadro ricavato dalle parole smozzicate della povera madre per poi alzare lo sguardo sui volti sparuti degli uomini della barca e sull’oceano selvaggio che si muoveva intorno, passando bruscamente dalla fantasia alla realtà.
Il pensiero successivo, dopo aver fatto del mio meglio per le donne, è stato per il capitano. Ero libero di rischiare di sprecare la mia razione d’acqua, se volevo, così ho cercato di introdurne un po’ fra le sue labbra, ma lui teneva i denti serrati e non ho avuto né la forza né la capacità di farglieli aprire. Grazie a Dio, sopra il cuore rimaneva ancora un debole calore, ma per il resto egli giaceva immobile ai nostri piedi, come un morto.

   Mentre lo coprivo meglio che potevo, gli ho trovato un pezzo di carta accartocciato in mano, l’ho preso e l’ho aperto. C’era scritto qualcosa, ma non si riusciva a leggere una sola parola. Suppongo che avesse cercato di scrivere alcune istruzioni per me, prima di crollare al suo posto, pover’uomo. Ma se anche fosse stato possibile leggerle, ormai quelle frasi non sarebbero più servite a niente. Per poter seguire delle istruzioni, infatti, avremmo dovuto essere in grado di governare in qualche modo l’imbarcazione dirigendola verso un punto prestabilito, una capacità che avevamo perso a poco a poco.
Avevo sperato che quel poco di nutrimento avrebbe aiutato gli uomini ai remi a riprendere forza, ma, come ho già accennato, questa speranza si era rivelata vana. La nostra ultima scimmiottatura di un pasto, che non aveva arrecato beneficio ai passeggeri, non aveva portato giovamento neanche all’equipaggio, riuscendo solo ad aggravare i morsi della fame negli uomini che erano ancora abbastanza forti per accorgersene. Finchè il tempo si fosse mantenuto buono, le conseguenze del cedimento di uno o due rematori che cadevano in un sonno leggero erano senza importanza. Ma se il vento avesse ripreso a soffiare (e non c’era da aspettarsi altro in quei mari e in quel periodo dell’anno) come avrei fatto a governare l’imbarcazione se le pale dei remi stavano fuori dall’acqua dieci volte più spesso di quante stavano dentro? Le vite che avevamo salvato con grande sofferenza sarebbero andate perdute in un attimo e il battello avrebbe cominciato a imbarcare acqua, se quella mattina di giovedì si fosse alzato il vento e ci avesse sorpresi così senza remare.     

   Con questa idea in testa, ho deciso, mentre il tempo rimaneva moderatamente buono, di issare il migliore sostituto di una vela che ci fosse a bordo e di prendere il vento, nella speranza (l’unica cosa su cui potevamo ancora contare) che una nave di passaggio ci raccogliesse. Fino a quel momento avevamo usato i remi per mantenere la rotta che il capitano aveva indicato come la più probabile per portarci vicino a terra. Purtroppo le vele e gli alberi erano andati perduti al momento del naufragio, ma non c’era da dolersene troppo perché eravamo troppo pigiati nelle barche per essere in grado di manovrare in modo corretto sotto la spinta delle vele, con il brutto tempo.  
Dopo aver considerato che cosa fosse necessario fare, mi sono rivolto ai marinai e ho detto loro che era impossibile reggere più a lungo solo con i remi, date le condizioni in cui erano ridotte le braccia dei rematori, anche di quelli più robusti e che era pericoloso per i passeggeri. Si sono guardati l’un l’altro e a ognuno sembrava che il compagno fosse in condizioni peggiori delle proprie. Ho continuato dicendo che dovevamo approfittare della  condizione di tempo relativamente buono per issare la vela migliore che fossimo riusciti a fabbricare e per proseguire al vento nella speranza che potesse piacere a Dio di dirigerci sulla rotta di qualche nave prima che fosse troppo tardi. “La nostra unica possibilità, cari compagni – ho detto in conclusione – è quella di essere presi a bordo da una nave di passaggio e in questa sconfinata distesa d’acqua ogni punto della bussola vale quanto un altro. Una metà di voi deve provvedere a tenere la barca in posizione, mentre l’altra metà si deve armare di coltello e fare quello che dico.” La prospettiva di abbandonare i remi ha colpito l’attenzione errabonda dei marinai, che hanno risposto ‘Sissignore!’, ma con un’espressione che era solo un pallido riflesso di quella che avevano quando sotto ai loro piedi c’era una nave sicura e la loro gavetta era piena di cibo.   
Grazie alla previdenza del capitano Ravender, entrambe le imbarcazioni disponevano di un rotolo di corda, così avevamo il necessario per preparare le rizze di cui avevamo bisogno per le manovre. Uno dei remi è stato legato al banco dei rematori in modo che, così fissato, fungesse da albero, mentre con l’ampio giaccone da pilota che indossavo abbiamo fatto una vela. L’unica difficoltà era quella di costruire un pennone e non sapevo come risolverla. I marinai hanno tentato di staccare uno dei banchi dei rematori dal pavimento, ma erano troppo deboli e non ci sono riusciti, mentre il mio coltello si è spezzato mentre tentavo di tagliare un’asse. Pensavo di non avere più risorse quando mi è venuto in mente di frugare nelle tasche del capitano per prendere il suo coltello. Si trattava di uno strumento uscito dalle manifatture di Sheffield, con molte lame e con una piccola sega. Con questa abbiamo segato un terzo di un altro remo e in questo modo abbiamo superato la difficoltà. Abbiamo poi issato il mio giaccone da pilota sull’albero di fortuna, in modo che funzionasse da terzarolo.

   Mentre attrezzavamo il nostro albero avevo guardato con ansia verso il battellino e avevo visto, con sollievo, che i suoi marinai, accortisi di quello che stavamo facendo, avevano seguito il nostro esempio. Loro erano più veloci, perché avevano meno passeggeri e più spazio per muoversi. Abbiamo issato le vele quasi contemporaneamente e questo è stato un bene per entrambi. A mezzogiorno il vento si è fatto più forte e ben presto il mare è diventato burrascoso. Abbiamo fatto rotta in direzione nord-est, riuscendo, malgrado tutto, a mantenerci asciutti. L’albero ha retto e la piccola vela riusciva a mantenere stabile la barca e a farle superare bene le onde. Senza il mio giaccone sentivo freddo, ma, grazie anche ai due marinai seduti accanto a me, che mi aiutavano a mantenere il calore del mio corpo, non era spiacevole quanto avevo temuto. Ho incaricato una mezza dozzina di marinai fidati, ancora in grado di tenere gli occhi bene aperti, di sorvegliare a turno
l’alberatura. Il vento stava aumentando e, se fosse successo qualcosa al nostro albero, era probabile che la barca avrebbe straorzato e che saremmo andati tutti a fondo.    
Abbiamo proseguito così per tutto il giorno. A volte vedevo il battellino davanti a noi, a volte lo perdevo di vista. Lo osservavo per la prima volta dall’esterno e mi sembrava piccolo e fragile, molto diverso da come lo credevo quando ero a bordo! Sulla scialuppa, i turni di sorveglianza alle attrezzature cambiavano ogni due ore. Con la stessa regolarità, quelli che avevano la vista più acuta, scrutavano il mare alla ricerca di una vela all’orizzonte, ma invano. Fra i passeggeri non c’erano stati cambiamenti, solo la signorina Coleshaw sembrava farsi più debole, mentre la signora Atherfield era più irrequieta, come se si fosse destata da un lungo sogno su Golden Lucy.
 Al tramonto, il vento è aumentato a una mezza burrasca.

   Verso ovest, le nuvole, che erano state nere e basse sin da mezzogiorno, si sono alzate e hanno lasciato il posto all’orizzonte a una lunga striscia di luce verde pallido, sovrastata da un banco di nuvole dai bordi frastagliati contro i raggi cremisi del sole. Non mi piaceva affatto il modo in cui si presentava la notte. Sono andato nella parte anteriore della nave, ho aiutato gli uomini ad alleggerire la pressione sull’albero maestro, abbassando un poco il pennone e tesando la scotta di poppa, in modo da presentare al vento una superficie ridotta della piccola vela. Tre passeggeri, notando l’aspetto minaccioso del tempo e vedendo le precauzioni che prendevo contro il pericolo di una tempesta notturna – già turbati nell’animo dalle morti che erano avvenute fra di loro – hanno cominciato ad agitarsi sul fondo della barca. Si sono aggrappati a me con le braccia come se stessero per annegare e mi hanno implorato con voce roca di dargli un ultimo sorso d’acqua, prima che arrivasse il temporale e si andasse tutti a fondo.
“Avrete l’acqua quando riterrò opportuno darvela. Adesso non è ancora il momento.”
“Per favore, acqua!” hanno detto tutti e tre gemendo. Altri due, che stavano dormendo, si sono svegliati e si sono uniti al coro.
“Silenzio! – ho detto – ci sono meno di due cucchiai d’acqua a testa. Aspetterò altre tre ore prima di distribuirli, nella speranza che arrivi la pioggia. Silenzio e tornate al vostro posto!”

   Mi hanno lasciato andare, ma hanno continuato a chiedere acqua con voce flebile, mentre si sono unite a loro le voci di alcuni membri dell’equipaggio. E proprio quando temevo che stessero per impazzire e che si rivoltassero contro di me con violenza, sono stato afferrato al collo da uno degli uomini che stavano in piedi attaccati all’albero, a scrutare di continuo l’orizzonte.
Ho alzato la mano destra per liberarmi dalla stretta, ma prima che arrivassi a toccarlo, l’espressione  sul suo viso, così vicino al mio, mi ha indotto a lasciarla cadere. C’era gioia su di esso, una gioia indicibile, spasmodica, ebbra, che per un attimo mi ha fatto gelare il sangue nelle vene.
“Parla! –gli ho detto – Parla, marinaio, per l’amor di Dio!”
Mi soffiava sul volto il suo alito caldo, ansimante e veloce, ma non profferiva parola. Per un attimo ha allentato la presa sull’albero per aumentarla su di me, ha puntato il dito verso occidente, poi si è lasciato cadere pesantemente sulla panca dei rematori dietro di noi.
Ho guardato verso ovest e ho visto che uno degli uomini leali a cui avevo affidato il timone stava facendo lo stesso. Quando la barca si è sollevata, ho guardato fissamente la striscia di cielo color verde chiaro e la linea lucente del mare che stava sotto, ma la barca si è abbassata prima che riuscissi a vedere qualcosa. Ho strizzato le palpebre per asciugare bene l’occhio e, quando la scialuppa si è di nuovo sollevata, ho guardato dritto al centro di quella striscia luminosa all’orizzonte. Il cuore mi è sobbalzato in petto ed è sembrato soffocarmi, la lingua era un pezzo di carbone e le ginocchia mi cedevano. Mi sono lasciato cadere sulla panca dei rematori e mi sono messo a singhiozzare con violenza, come se fossi rimasto muto per diverse settimane e avessi riavuto la favella solo in quel momento.
“Una vela! Una vela!”
Le parole sono state ripetute immediatamente dal marinaio che stava al timone.
“”Una vela! Ehi!” ha gridato rivolgendosi verso di noi e roteando le braccia intorno alla testa come un pazzo.   

   Con lui eravamo in tre ad aver visto la nave, e questo era sufficiente a fugare il timore che i nostri occhi ci avessero ingannati. Adesso la paura non era di esserci illusi ma che quelli di noi che avevano ancora la forza di provare dei sentimenti e di esprimerli avessero un danno dall’eccesso di gioia. A mia giustificazione devo dire che, anche se avevo perso per un attimo il controllo di me stesso alla vista della vela, sono stato il primo a dare l’esempio nel riguadagnare la calma. Sono stato in qualche modo obbligato a farlo, perché l’equipaggio mi supplicava freneticamente di tenere ferma la scialuppa fino a quando non avessimo compreso quale era la rotta della nave, una manovra che, con il mare agitato, con il pesante carico della scialuppa, e con i nostri fragili sostituti dell’albero e della vela, avrebbe potuto portarci alla distruzione totale. Ho cercato di dirlo, ma i marinai erano in un tale stato di euforia – si gettavano l’un l’altro le braccia al collo, piangevano e ridevano allo stesso tempo – che non sentivano ragioni. Di conseguenza, sono andato di nuovo al timone, ho scelto il più equilibrato dei due uomini a poppa, l’ho messo di guardia alla scotta con l’ordine di usare la forza, se necessario, verso chiunque tentasse di allungare anche solo un dito verso di essa. Il vento diventava più forte, non potevamo far altro che procedere veloci e ringraziare Dio di avere la possibilità di farlo.

     “Fra un’ora sarà buio, signore – mi ha detto l’uomo seduto al mio fianco quando ho ripreso il timone - non abbiamo luci di segnalazione. La nave ci passerà accanto nella notte e andrà oltre. Fermiamoci, signore! Per l’amor del cielo, non perdiamo questa possibilità, fermiamoci!” ha aggiunto, prima di cadere in ginocchio davanti a me, torcendosi le mani.
“Fermarci? – gli ho risposto – Fermarci con un giaccone come vela! Fermarci con una barca come questa e con il vento che si sta trasformando in burrasca! Un marinaio come te che parla in questo modo! Chi ho come compagni di viaggio? Degli uomini che conoscono il loro mestiere o un gruppo di marinai d’acqua dolce che andrebbero alla deriva persino con un traghetto su uno stagno?” Dio sa se mi si spezzava il cuore a parlare così, ma ho cercato di farli vergognare per riportarli alla ragione. Finalmente sono riuscito a riportare la calma e questa era una cosa importante in una condizione come la nostra.
L’altra mia preoccupazione era di sapere se i marinai del battellino erano riusciti a scorgere la nave. Stavano davanti a noi e la prima volta che li ho visti sollevarsi sulle onde ho sventolato il segnale che avevo fabbricato con un pezzo di tessuto fissato a un gancio in cima a un palo. Ho ordinato all’uomo di fianco a me di fare lo stesso con la sua giacca, attaccata all’estremità di un remo; volevo vedere se era riuscito a calmarsi ed era in grado di eseguire gli ordini. Ha fatto quello che gli ho chiesto, poi si è rimesso addosso l’indumento e mi ha chiesto, con voce diversa e più tranquilla, di perdonarlo per aver perso il controllo.
Gli ho stretto la mano e gli ho passato il timone, a conferma che gli avevo restituito la mia fiducia, poi mi sono alzato e ho guardato nuovamente verso occidente. Ho guardato fissamente e a lungo la striscia di cielo più chiaro, che andava assottigliandosi, schiacciata dal banco di nuvole scure al di sopra. Ho guardato con tutto il cuore, con tutta l’anima e la forza rimastemi. È stato solo quando i miei occhi non riuscivano più a sopportare lo sforzo che ho rinunciato e mi sono di nuovo seduto al timone. Se non fossi stato sostenuto dalla mia fede nella Provvidenza, che ci aveva fin qui protetti, credo che, in quella difficile circostanza, mi sarei abbandonato a una disperazione indicibile.

   Se riferissi il numero di miglia di distanza a cui ritenevo che si trovasse quella nave, la cosa non direbbe molto a chi non è del mestiere. Penso di dare un’idea migliore dello spazio enorme che c’era fra noi se dico che nessun uomo della terraferma sarebbe stato in grado di scorgerla e che nemmeno un marinaio l’avrebbe vista se non fosse stato per lo squarcio di luce che illuminava il mare e che rendeva visibile a un occhio esperto un puntino sul mare. Questo spiega la nostra assoluta impossibilità di capire quale fosse la rotta seguita dalla nave, dato che non ci restava più di mezz’ora per continuare a vederla nella luce del tramonto. Lei stava lì, a poppa sottovento a noi, che eravamo qui, con la nostra vita appesa al vento, senza alcuna possibilità di accendere una luce perché tutto quello che avevamo salvato dal naufragio era inzuppato d’acqua – non avevamo pistole per sparare un segnale di soccorso nel buio – l’unica cosa che potevamo fare era quella di lasciarci portare dal vento in qualsiasi direzione esso ci spingesse in mezzo alle onde. Anche se, nella migliore delle ipotesi, la nave fosse venuta nella nostra direzione, che possibilità avevamo di segnalarle la nostra presenza al buio? Guardando la cosa dal nostro punto di vista di creature mortali, le possibilità di salvezza per noi erano molto basse.
I marinai avevano drammaticamente coscienza di questo, mentre il sole rosseggiante tramontava dietro al banco di nuvole, che ormai lambiva le acque. Quando l’ultimo raggio di sole si è spento e la sagoma della nave è scomparsa alla vista era triste ascoltare i loro gemiti e i loro lamenti. Alcuni di loro giuravano di continuare a vederla anche dopo che restava a malapena un guizzo di luce nel cielo, e hanno rinunciato a scrutare l’orizzonte solo dopo che gli ho ordinato di tornare a sedersi. Gli ho anche ordinato solennemente di dare l’esempio ai passeggeri, dimostrando coraggio, e di affidarsi per il resto alla sapienza e alla misericordia del nostro Creatore. Alcuni hanno brontolato, altri hanno cominciato a ripetere dei passi della Bibbia e del Libro di Preghiere, altri ancora sono ricaduti nel loro delirio.

   Questo è andato avanti fino a quando l’oscurità ci ha avvolti ed è sceso un pesante silenzio sui passeggeri e sull’equipaggio, mentre le onde e il vento fischiavano intorno a noi, come se fossimo un battello già carico di cadaveri, scagliato al centro del gorgo.   
Due volte nella prima parte della notte le nuvole si sono aperte e hanno permesso ai raggi benedetti della luna di filtrare su di noi. Alla prima di queste occasioni ho servito personalmente le ultime gocce d’acqua rimaste. Le due donne – povere creature sofferenti! – non ce la facevano più a deglutire. La signorina Coleshaw è rabbrividita quando le ho inumidito le labbra e, quando ho fatto lo stesso con la signora Atherfield , questa ha emesso un respiro debole e incerto, appena sufficiente per lasciare intendere che non era ancora morta. Il capitano giaceva nella stessa posizione di prima. La maggior parte dei passeggeri e dell’equipaggio ha cercato di inghiottire la propria razione d’acqua e i marinai hanno recuperato le forze appena sufficienti ad alzarsi sulle ginocchia e scrutare l’oceano nella speranza di vedere di nuovo la nave, mentre la luna illuminava la scena. Quando le nuvole si sono richiuse, essi sono tornati ad accovacciarsi ai loro posti con un lungo gemito disperato.
Sentendolo e temendo gli effetti del buio totale, per non parlare del vento e del mare, sul loro morale già basso, ho deciso, sempre che la cosa fosse ancora possibile, di combattere quello stato di prostrazione dando loro qualcosa da fare. Poiché nessuno era in grado di dire, nel caso in cui la nave venisse nella nostra direzione, a che ora della notte essa sarebbe passata accanto a noi, o quanto ci sarebbe passata vicino, ho raccomandato a quelli che ne avevano la forza, di gridare all’unisono a squarciagola, quando la scialuppa era in alto sull’onda, nella speranza che quel grido di aiuto venisse portato dal vento alle orecchie di chi era di guardia sulla nave.

   È inutile dire che ero ben consapevole della quasi assoluta impossibilità che questo ultimo sforzo da parte nostra avrebbe portato a un risultato. Lo avevo proposto soltanto perché avevo esaurito tutti i possibili tentativi di tenere alto il morale dei marinai. Il mio suggerimento è stato accolto con un entusiasmo e una disponibilità maggiori di quelli che mi sarei aspettato, vista la situazione disperata in cui si trovavano. Fino a mezzanotte, hanno alzato tutti la voce insieme a me, a intervalli di cinque o dieci minuti, ogni volta che la scialuppa era portata in alto dalle onde. Il vento sembrava portar via le nostre deboli grida ancora prima che uscissero dalle nostre labbra. A me, che sedevo a poppa, sembrava di sentirle solo per un istante. Ma anche così esse erano sufficienti a farmi venire i brividi, tanto erano disperate e piene di spavento. Di tutti i suoni terribili che avevo udito dal momento del naufragio, quei gemiti angosciati – che per un momento salivano in cima all’onda e il momento dopo erano inghiottiti nella notte nera – erano i più spaventosi che avessi mai udito. Ancora adesso mi sembra di sentirli risuonare nelle orecchie.
Non saprei dire se sia stato il primo raggio di luna caduto su di noi e sul vecchio signor Rarx addormentato a sconvolgergli il cervello. Ma per qualche ragione, prima che le nuvole si aprissero di nuovo per far posto alla luce della luna, mentre procedevamo nella notte più nera, egli si è mosso e ha cominciato a delirare e a inveire con grande veemenza.
A giudicare da ciò che sentivo al di sopra del rumore del vento, egli pensava di trovarsi nella miniera d’oro, ma il carico del prezioso metallo era troppo pesante e non gli consentiva di uscire all’aria aperta, esponendolo al pericolo di annegare nell’acqua sul fondo del pozzo. Fino a quel momento, le sue farneticazioni avevano colpito la mia attenzione in modo sgradevole, ma niente di più. Ma quando ha cominciato a nominare invano – se così posso dire – il nome della bambina defunta, a mescolarlo con se stesso e con la sua miserabile sete di denaro, ho perso la pazienza e ho chiesto ai marinai a prua di dargli una scrollata e di costringerlo a frenare la lingua. Non so se mi hanno ubbidito, ma il signor Rarx ha continuato a delirare e a inveire con più vigore di prima, anche se il rumore lacerante del vento era ormai più forte della sua voce. Egli giurava di vedere l’abito bianco della piccola fluttuare nella luce del giorno, in cima alla miniera, mentre lui le gridava spaventato che l’oro era pesante, l’acqua saliva in fretta e che lei avrebbe dovuto scendere veloce come il fulmine se voleva fare in tempo a salvarlo. Ho di nuovo ordinato ai marinai di zittirlo e, nel momento in cui finivo di dirlo, le nuvole si sono aperte per la seconda volta ed è apparsa la punta della luna.

   “Eccola!” ha gridato il signor Rarx, che ho visto nella luce fioca inginocchiarsi sul fondo della scialuppa e sventolare alla luna un vecchio fazzoletto stracciato.
“Tiratelo giù – ho gridato – tiratelo giù e legatelo mani e piedi.”
Nessuno degli uomini ancora in grado di muoversi mi ha dato retta. Erano tutti intenti a scrutare le acque illuminate dalla luna alla ricerca della nave.
“Presto, Golden Lucy! – gridava il signor Rarx mentre si infilava sotto alle panche dei rematori per raggiungere la prua della scialuppa – Presto, mia cara, mia bellezza! L’oro è pesante e l’acqua sale in fretta! Scendi giù e salvami, Golden  Lucy! Lascia annegare il resto del mondo e salva me, solo me! me! me! me!”
Ha gridato queste parole a squarciagola, con la sua voce gracchiante e ho dedotto che si fosse alzato in piedi, anche se la vela fatta con il giaccone me lo nascondeva alla vista. Nessuno dei marinai ha fatto caso a lui, essendo tutti intenti a cercare con gli occhi la nave. L’uomo seduto accanto a me, invece, dormiva profondamente. Se avessi lasciato per un attimo il timone, con quel vento e con quel mare agitato, sarebbe stata la fine per tutti noi. Ho urlato disperatamente al disgraziato delirante di sedersi. Mi ha risposto un grido acuto che è sembrato tagliare in due il vento. Nello stesso momento un’ondata enorme si è abbattuta con furia sulla prua della scialuppa. Ho guardato sottovento e per un secondo ho visto passare la faccia del signor Rarx nell’onda, con la schiuma che gli ribolliva fra i capelli e la luna che gli brillava negli occhi. Prima che potessi tirare il fiato, era già a un centinaio di metri davanti a noi, e la notte e il mare lo avevano inghiottito con tutti i suoi segreti, celati alla nostra curiosità durante il viaggio.
“E’ andato! E’ affogato!” ho gridato agli uomini a prua.

   Nessuno mi ha prestato attenzione, nessuno ha smesso di scrutare le acque per vedere la nave. Niente può dare un’idea più precisa della nostra situazione in quel momento terribile del racconto che sto per fare. Lascio che la triste e spaventosa verità parli da sola e mi accingo a raccontare ciò che è avvenuto in un’ora più tarda di quella notte..
Dopo che le nuvole avevano di nuovo coperto la luna, il vento è calato un po’ ed è girato di un punto o due, in modo da spingerci più verso est. Come siano trascorse quelle ore prima dell’alba non saprei dirlo. Più si avvicinava la luce del giorno, più ogni cosa svaniva dalla mia mente, tranne il pensiero di dove si potesse trovare, nella luce del mattino, la nave avvistata la sera prima.
Finalmente è arrivata quella luce grigia e tranquilla, che avrebbe posto fine alle nostre incertezze, che ci avrebbe rivelato se eravamo salvi o destinati a morire. Quando il primo chiarore è apparso a est, tutti coloro che erano sulla scialuppa, tranne i dormienti e quelli che avevano perso i sensi, si sono alzati e hanno scrutato il mare in silenzio, trattenendo il respiro. A poco a poco la luce è aumentata e davanti a essa il buio si è ritirato sempre più lontano sulla superficie dell’acqua. Il primo incerto bagliore del sole è penetrato lungo i sentieri di luce che attraversavano la coltre grigia delle nubi. Potevamo vedere bene in lontananza e laggiù, davanti a noi – o divina e misericordiosa Provvidenza! – c’era la nave!
Ho sempre detto onestamente la verità, confessato le infermità e le sofferenze mie, dei miei passeggeri e del mio equipaggio. Spero quindi di essermi guadagnato il diritto di dire, a lode di tutti, che, nel momento in cui gli uomini hanno posato gli occhi sulla nave, hanno riversato il loro cuore in un’umile ringraziamento alla Misericordia divina, che li aveva salvati dalle fauci della morte. Non avevano atteso che glielo ordinassi, lo hanno fatto di loro spontanea volontà, con parole proprie, con fervore, con onestà e con una sola volontà e un solo cuore.
Avevamo appena scorto la nave – un bel brigantino battente bandiera inglese – quando abbiamo visto l’equipaggio mettere l’imbarcazione sottovento. In un primo momento non abbiamo capito il perché di quella manovra ma, quando ci siamo avvicinati, abbiamo visto che stavano abbordando il battellino, rimasto per tutta la notte davanti a noi, a proravia. I miei marinai, vedendo i loro compagni in salvo, hanno cercato di emettere un urlo di gioia,  ma il loro debole grido si è spento fra i singhiozzi e le lacrime.

   Mezz’ora dopo eravamo anche noi di fianco al brigantino.
Da quel momento in poi, i miei ricordi si fanno confusi. Rammento vagamente delle voci forti e dei volti ansiosi; ricordo dei marinai vigorosi, volenterosi, dalle guance colorite e dai movimenti scattanti, che in quel momento mi sembravano innaturali, chini su di noi dalle sartie del brigantino o che si lasciavano scivolare giù dalla fiancata fin nella nostra scialuppa. Ricordo di aver cercato di aiutarli, con le mie deboli forze, nel compito pericoloso e difficile di issare a bordo le due povere donne e il capitano. Ricordo un gigante nero e peloso che giurava che la scena gli spezzava il cuore e che poi mi ha preso in braccio come se fossi un bambino. Da quel momento non ho altri ricordi per almeno una settimana.
Quando ho ripreso i sensi ero nella mia cuccetta a bordo del brigantino e le mie prime domande, naturalmente, sono state sui miei compagni di sventura. Due di loro – un passeggero della scialuppa e un membro dell’equipaggio del battellino – erano finiti in acqua, malgrado tutte le precauzioni prese ed erano morti. Gli altri, con il tempo e con le cure, si sarebbero quasi certamente ripresi. Fra coloro che ho maggiormente citato in questo racconto, la signora Atherfield ha mostrato i segni di una rapida ripresa, mentre la signorina Coleshaw, che aveva combattuto a lungo la stanchezza, impiegava più tempo a riacquistare le forze. Il capitano Ravender, anche se migliorava lentamente, non era ancora in grado di parlare né di muoversi senza aiuto. I sacrifici affrontati da quest’uomo generoso, che si era privato del sonno non solo nella scialuppa ma già nelle notti precedenti il naufragio della Golden Mary, avevano stroncato la sua forte fibra. Lui, il più forte di tutti quando avevamo lasciato l’Inghilterra, adesso era l’ultimo a ricuperare, restando incerto fra la vita e la morte, a causa della sua fedeltà al dovere e alla sua dedizione a tutti noi.

   Quando mi hanno aiutato a salire in coperta a respirare una boccata d’aria fresca, ho fatto domande sulla nave che ci aveva salvato. Era diretta al fiume Columbia, molto più a nord del porto per il quale aveva fatto rotta la Golden Mary. Provvidenzialmente, poco dopo che l’avevamo persa di vista nell’oscurità della sera, era stata presa in un colpo di vento, che ne aveva danneggiato il parrocchetto. L’incidente aveva obbligato l’imbarcazione a restare alla cappa per alcune ore, mentre i marinai facevano del loro meglio per riparare l’attrezzatura. Erano stati indotti, una volta ripresa la navigazione, a mantenere una velatura minima per tutta la notte. Senza questo incidente, la mattina dopo essi sarebbero stati probabilmente troppo lontani a poppa per riuscire a vederci.
Fatta eccezione per alcuni dei marinai più forti, la prima persona a essere accompagnata in coperta è stata la signora Atherfield. Povera donna! Quando ci siamo guardati, ho visto che il suo cuore tornava ai primi giorni del viaggio, quando Golden Lucy e io eravamo soliti giocare a nascondino attorno all’albero. Mi ha stretto la mano più forte che poteva con le sue dita tremanti e mi ha guardato in faccia, come se le facesse bene parlare al compagno di giochi della piccola Lucy, ma non ci è riuscita. Si è girata, ha appoggiato il capo al parapetto e ha lasciato scorrere lo sguardo su quel mare desolato, che adesso per lei non era nient’altro che la tomba della sua adorata. Sono stato molto contento quando, più tardi, l’ho vista seduta al capezzale del capitano Ravender. Sembrava trarre conforto nell’assisterlo come infermiera. Presto, la signorina Coleshaw è diventata abbastanza forte da darle il cambio; e, fra tutte e due, hanno fatto un sacco di bene al capitano, nel corpo e nello spirito, tanto che anche lui è diventato sufficientemente forte da salire in coperta a ringraziarmi, nel suo modo altruista, per aver fatto il mio dovere, il dovere che io avevo imparato a compiere grazie al suo esempio.

   Venuto a conoscenza di quale fosse la nostra destinazione quando eravamo salpati dall’Inghilterra, il capitano del brigantino, che ci aveva trattati con una premura e una gentilezza incessanti, assecondato in questo da tutte le persone al suo comando, si è offerto di cambiare rotta in modo da incrociare la prima nave a vela californiana che fosse diretta a San Francisco. Siamo stati fortunati a incrociarne una prima del previsto. Tre giorni dopo esserci separati dal gentile capitano del brigantino, noi, superstiti del naufragio della Golden Mary, abbiamo toccato di nuovo la terraferma sulle coste della California..
Eravamo stati appena raccolti che alcuni di noi sono stati costretti a separarsi di nuovo. Il capitano Ravender, che non era ancora in buone condizioni, ha accompagnato la signora Atherfield verso l’interno, dove l’ha messa sotto la protezione del marito. La signorina Coleshaw è andata con loro per stare ancora un po’ con la signora Atherfield, prima di mettere in atto il piano che l’aveva portata in quella parte del mondo. Il resto di noi, rimasto indietro senza impegni particolari fino al ritorno del capitano, ha seguito i passeggeri verso le miniere d’oro. Alcuni si sono stancati presto della vita che vi si conduceva. Altri sembravano essere stati trafitti dalla stessa smania per l’oro del vecchio signor Rarx e hanno insistito per fermarsi lì, quando Rames e io abbiamo proposto di tornare al porto. Noi due, insieme a cinque dei marinai più fidati, siamo stati gli unici che il capitano ha trovato al suo ritorno dall’entroterra, ha detto di aver lasciato la signora Atherfield e la signorina Coleshaw al sicuro, affidate alle cure del signor Atherfield. Mandavano entrambe dei messaggi di affetto per tutti noi e, devo dire con orgoglio, per me in particolare.

   Dopo aver sentito queste buone notizie, non restava altro da fare che imbarcarci sulla prima nave diretta in Inghilterra. Ce n’erano molte nel porto che sarebbero state pronte a salpare, ma che erano state abbandonate dagli uomini dell’equipaggio presi dalla febbre dell’oro. Appena abbiamo detto di essere disponibili a metterci in viaggio per l’Inghilterra, siamo stati assunti tutti, tranne il capitano Ravender, che si è imbarcato come passeggero..
Nel viaggio di ritorno non è accaduto nulla di rilevante. Il capitano e io siamo sbarcati sani e salvi a Gravesend e abbiamo raggiunto velocemente Londra in treno, per raccontare ai proprietari della Golden Mary la disgrazia che ci aveva colpiti.
Dopo aver espletato quest’obbligo, il capitano Ravender è tornato a casa sua a Poplar, mentre io mi sono diretto nell’ovest dell’Inghilterra, a trovare i miei vecchi genitori..
Potrei finire qui il mio racconto, ma non posso trattenermi dall’aggiungere alcune frasi per dire al lettore una cosa che, sono sicuro, gli farà piacere.
Nell’estate di quest’anno 1856, mi trovavo a New York con del tempo libero a disposizione e dei soldi da spendere e sono andato a cenare in uno dei ristoranti più grandi e lussuosi della città. Mi ero appena seduto a tavola quando ho visto di fronte a me la signora Atherfield, bella come sempre e con gli occhi luminosi, con un gentiluomo alla sua destra e un’altra Golden Lucy alla sua sinistra. I capelli erano di uno o due toni più scuri di quelli della mia compagna di giochi di un tempo, ma per il resto la bambina ricordava talmente la defunta che ho avuto un soprassalto.

   Non posso dire quanto ci abbia resi felici il trascorrere insieme il dopo cena e quante cose avevamo da dirci. Sono stato presentato al marito della signora Atherfield, che mi ha detto, fra l’altro, che la signorina Coleshaw aveva poi sposato il suo vecchio fidanzato, che era caduto in disgrazia ed era responsabile di molti errori. Tuttavia lei era decisa a rimetterlo in carreggiata, dopo avergli dato la grande opportunità di avere una buona moglie. Si erano stabiliti in America come il signore e la signora Atherfield e, al momento del nostro incontro, erano diretti verso nord insieme alla bambina per far visita a un amico, che viveva nella parte più settentrionale degli Stati Uniti.
 Con il racconto di questo episodio e con la conferma, avuta in occasione del nostro ultimo incontro, della buona salute e del buonumore del capitano Ravender, termina quello che avevo da dire a proposito del naufragio della Golden Mary e del salvataggio dei suoi uomini in mare.  


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