Il postale notturno di Calais - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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Euna questione tuttora aperta se devo ricordare Calais con riconoscenza nel mio testamento o se devo destinarle le mie maledizioni. La odio così tanto e allo stesso tempo sono sempre così contento di vederla che sono costantemente indeciso sull’argomento. Quando l’ho vista per la prima volta ero un povero diavolo di vagabondo senza meta, immerso in un bagno di sudore appiccicaticcio e grondante particelle saline, con la sensazione di essere ridotto a un’unica grande estremità affetta dal mal di mare, un tronco bilioso con un’emicrania che si ripercuoteva da qualche parte nello stomaco sia quando mi trovavo ancora nell’orribile dondolio del porto di Dover sia quando ero giunto sulla costa francese o sull’isola di Mann o non so dove. Ma le cose sono cambiate e adesso entro a Calais con un atteggiamento fiducioso e razionale. So in anticipo dove si trova e cerco di avvistarla, guardando fuori alla sua ricerca. Riconosco i suoi punti di riferimento appena li vedo, ho familiarità con le sue strade, sono in grado di tollerare il suo comportamento peggiore.
Città malvagia, rintanata nelle profondità marine come un alligatore o rimpiattata come una striscia sottile su una delle due punte, un momento è dappertutto un momento non è da nessuna parte, nascosta alla vista, senza alcuna speranza! Capo Grinez, avanzando apertamente in mare, esorta il debole ad essere forte di cuore e di stomaco, ma invano. Calais,
serpeggiante o annidata dietro alla sua barra, induce alla disperazione. Anche quando non può più nascondersi dietro al suo bacino fangoso, essa ha un modo di spostarsi lateralmente che è più sconfortante della sua invisibilità. Quando la banchina è quasi all’altezza dell’albero di bompresso e si pensa di essere arrivati - rollando, ruggendo, spruzzando - Calais si è ritirata di alcune miglia all’interno e Dover è venuta fuori a cercarla. Calais ha nel carattere un’inclinazione agli eccessi e la sua propensione alle cadute la rende raccomandabile agli dei infernali. Che sia tre volte maledetta questa sede di presidio quando si immerge sotto la chiglia della nave e viene a galla una lega o due più avanti, sulla destra, mentre le vele del postale sbattono stringendo il vento e mentre si scruta il buio fra gli spruzzi alla sua ricerca!

   Non che non abbia dei motivi di malanimo verso Dover! La detesto in particolare per l’autocompiacimento con cui va a letto la sera. Quando parto per Calais essa si addormenta con un dispiegamento di lampade e di candele maggiore di ogni altra città. I signori Birmingham, albergatori del Lord Warden Hotel, sono miei amici stimati, ma sono troppo preoccupati di offrire tutte le comodità possibili agli ospiti proprio quando il Night Mail è in partenza. Lo so che l’albergo è un buon posto dove stare, ma in un momento come questo non voglio che il fatto sia troppo sottolineato dalle sue finestre accese, che rivelano caldi interni. Il Warden è una costruzione ferma e solida ed è questa caratteristica dell’edificio dal grande profilo che mi colpisce mentre sto barcollando sul ponte della nave. Lo maledico perché rende furioso il vento che gli gira intorno. Forse che esso non soffiava già abbastanza senza questa invadente interferenza?
Mentre sono sul battello e aspetto l’arrivo del South-Eastern Train, che porta la posta, Dover mi appare illuminata come per qualche irritante festività in mio disonore. I rumori che emette mi sembrano degli inni alla terra e dei biasimi verso il mare scuro e verso di me, che ci sono sopra. Anche i tamburi sulle alture, se non fossero già andati a letto, rullerebbero motteggi per il modo malfermo in cui cammino sul ponte scivoloso. Le luci sul lungomare brillano come tanti occhi, in modo quasi offensivo e derisorio. In lontananza i cani di Dover abbaiano contro i miei abiti sformati, come se fossi Riccardo III.
Si sente un grido e il suono di una campana. Poi appaiono due occhi rossi, che scivolano giù dal Molo Marittimo con un movimento reso ancora più scorrevole dal beccheggio della nave. Il rumore del mare contro la banchina sembra quello di alcuni ippopotami che stiano tentando di leccarla, impediti nel bere da circostanze su cui non hanno controllo. Il battello comincia ad agitarsi violentemente - rimbomba, borbotta, urla, ruggisce – e trasforma i tamburi della ruota a pale in utensili da bucato per una grande famiglia. Quando vengono aperte le porte del postale irrompono nel treno degli squarci luminosi. Si cominciano a scorgere delle sagome scure ricurve, con dei sacchi sulla schiena, che scendono in fila verso il Davy Jones’s Locker, come una processione di fantasmi. I passeggeri salgono a bordo. Vi sono alcuni francesi di aspetto indefinibile, con cappelliere a forma di casse di bottiglie; alcuni tedeschi con enormi stivali e pellicce; alcuni inglesi pronti al peggio, anche se fanno finta che non sia così. Non posso allontanare dalla mia mente non commerciale il triste pensiero che siamo un gruppo di reietti, che il numero di assistenti è appena sufficiente a permettere loro di liberarsi di noi con il minore ritardo possibile e che non ci sono nottambuli fannulloni interessati a chiacchierare con noi. Anche le lampade dalla luce velata inorridiscono alla nostra vista. L’intenzione generale è di affidarci agli abissi, di abbandonarci al mare. I due occhi rossi brillano a una distanza sempre maggiore, poi il treno si allontana per andare a dormire prima che siamo partiti!

   Quale sostegno morale traggono da un ombrello certi dilettanti d’alto mare? Perché alcuni viaggiatori che attraversano il Canale lo tirano sempre fuori e lo impugnano con arcigna e feroce fermezza? Un mio simile – lo riconosco come tale solo a causa dell’ombrello, senza il quale egli potrebbe essere scambiato per un pezzo di scogliera, per un molo o per una paratia – tiene stretto il suo arnese con una presa disperata, che non allenta fino a quando non arriva a Calais. Per loro c’è forse un’analogia fra il reggere l’ombrello e tenere alto lo spirito? Una gomena gettata a bordo con un tonfo ci avverte: “State all’erta! Pronti! ” “Mezza virata!” “Ridurre la velocità!” “Porto!” “Avanti, forza!”
La sensazione di avere un cuneo di legno conficcato in testa, che entra dalla tempia destra e fuoriesce dalla sinistra, un deposito galleggiante di olio tiepido in gola e una compressione del ponte del naso, che sembra schiacciato da un paio di tenaglie smussate, mi fa capire che siamo partiti e mi permetterà anche di sapere quando arriverò sul suolo francese. Appena i miei sintomi si sono insediati, vedo due o tre ombre con un mantello d’incerata che tentano di reggersi in piedi e camminare, ma che scivolano negli angoli, coprendo gli altri alla vista. Le luci del Foreland del Sud cominciano a lampeggiare nella nostra direzione in un modo che non promette nulla di buono.
E’ in momenti come questo che il mio odio per Calais non conosce limiti. Dentro di me decido ancora una volta che non perdonerò più questa città detestabile. L’ho fatto in precedenza, molte volte, ma è una cosa del passato. Dichiaro la mia avversione perenne e implacabile verso Calais e il suo mare pericoloso e anche il fumaiolo sembra della mia opinione, perché emette un ruggito lamentoso.
Il vento soffia da nord-est, il mare si solleva in alto, imbarchiamo molta acqua e la notte è nera e fredda. I passeggeri giacciono ammassati alla rinfusa e sembrano dei mucchi di stracci pronti per il bucato, ma la mia parte non commerciale non mi permette di far finta di essere infastidito da queste cose. Avverto delle urla, dei fischi, dei colpi, dei gorgoglii, degli scavi e un’attività generale della Natura, ma le mie impressioni sono molto vaghe. Nel mio attuale stato d’animo, fiacco e opprimente, simile alla sensazione provocata dall’esalazione delle arance in decomposizione, penso che dovrei sentirmi languidamente benevolente, se ne avessi il tempo. Ma non ce l’ho, perché sono sotto l’influsso di una curiosa costrizione che mi porta verso le melodie irlandesi. “Rare e preziose erano le perle che lei portava” è la melodia a cui sono particolarmente affezionato. La canto a me stesso in modo armonioso e con grande espressione. Mentre sono seduto sul più duro e umido dei sedili, bagnato fradicio e in posizione scomoda, ogni tanto sollevo la testa e mi sembra di essere un volano che rimbalza vorticoso fra l’impetuosa racchetta del faro francese e quella del faro inglese. Il mio odio per Calais mi sta avvelenando. Poi, ricomincio a cantare: “Rare e preziose erano le perle che le-e-e-e-i portava, e un anello d’oro splendente sullo scettro magico lei a-aveva. Ma, oh, la sua bellezza era mo-o-o-o-olto superiore”. Sono orgoglioso della mia esecuzione di questa strofa, quando mi rendo conto di un altro colpo dal mare, una protesta dalla ciminiera, un sonoro malessere del tamburo delle ruote, udibilmente più indisposto di quanto ritenga necessario. “Le sue perle splendenti o lo scettro bianco come la neve, ma, oh, la sua bellezza era mo-o-o-o-olto al di là – un altro terribile colpo e il mio simile con l’ombrello cade e viene tirato su – “Le sue perle splendenti, o il suo Porto! Porto! avanti così! Via! il mio simile bianco come neve al tamburo delle ruote a pale molto rumoroso, colpo ruggito lavata scettro bianco.”

   La mia esecuzione della melodia irlandese fa parte della mia percezione imperfetta di ciò che accade intorno a me. La realtà diventa una cosa diversa e, quando i fuochisti aprono le porte della fornace per alimentare il fuoco, mi sembra di essere seduto a cassetta della vecchia e veloce diligenza Exeter Telegraph. Il bagliore ricorda quello delle lampade della carrozza, ormai spente per sempre, il suo riflesso sui portelli del boccaporto e sui tamburi della ruota a pale è quella luce, riverberata sui cottage e sui mucchi di fieno. Il rumore monotono dei motori è simile al tintinnio regolare del magnifico tiro di cavalli, il ruggito di protesta della ciminiera a ogni rollio violento ricorda quello dello scoppio di un motore ad alta pressione, nel quale riconosco il battello a vapore altamente esplosivo sul quale ho risalito il Mississippi prima dello scoppio della guerra civile americana, quando di essa c’erano solo le cause. La parte dell’albero su cui cade la luce di una lanterna, l’estremità di una corda, la scossa di accelerazione della puleggia mi fanno pensare al Circo Franconi di Parigi – dovrei essere là questa notte, dato che deve essere mattina, adesso - e anche il loro ritmo ricorda quello musicale a cui danzava Corvo Nero, il destriero addestrato. Le onde arrivano precipitosamente e io continuo a indagare sulla questione delle perle, che non riesco ad accantonare, ma esse trasportano qualcosa a proposito di Robinson Crusoe, e io credo che fosse in Yarmouth Road che egli ha iniziato il mestiere di marinaio ed è stato vicino ad affondare (che suono terribile aveva per me questa parola quando ero un ragazzo!) nella sua prima burrasca. Eppure, malgrado tutto questo, io le devo chiedere (ma chi era lei, mi chiedo!) per la cinquantesima volta, e senza mai fermarmi: “Non teme di smarrirsi, Così sola e bella, in quelle contrade desolate? E i figli di Erin sono davvero così buoni o così controllati Da non essere tentati dai loro simili al tamburo della ruota o dall’oro? Signor Cavaliere non sono allarmato, Nessun figlio di Erin mi farà del male Perché, benchè essi amino i loro simili con l’ombrello e i magazzini pieni d’oro, Signor Cavaliere, essi amano molto di più l’onore e la virtù; Perché anche se essi amano gli steward dagli occhi penetranti, essi ti tormenteranno per il biglietto, signore – traversata agitata stanotte!
      
   Ammetto di rappresentare un esempio di incoerenza e di debolezza, ma le ultime parole lo steward cominciano a raddolcirmi nei confronti di Calais. Anche se in passato mi ero augurato in modo vendicativo che i cittadini di Calais che erano usciti dalle loro città attraverso a una scorciatoia per entrare nella Storia d’Inghilterra, con al collo quelle corde funeste con cui sono poi sempre stati raffigurati nelle vignette umoristiche, fossero stati tutti impiccati sul posto, adesso comincio a considerarli come negozianti altamente rispettabili e virtuosi. In lontananza, vedo le luci di capo Grinez oltre la poppa della nave sopra alle gru sottovento, e la luce del porto di Calais, dedita come al solito ai suoi vecchi stratagemmi, e tuttavia visibile e splendente. Cominciano a gonfiarmi il petto dei sentimenti di indulgenza, se non proprio di attaccamento, verso Calais. Ho delle vaghe nozioni che ci passerò un giorno o due al ritorno. Uno sconosciuto avvizzito e disteso sul bordo del bacino, immerso in una profonda fantasticheria, mi chiede che genere di posto sia Calais. Io gli rispondo - che il cielo mi perdoni! - che è un luogo molto piacevole, piuttosto collinoso.
Il tempo passa in modo strano e veloce, anche se mi sembra di essere a bordo da una settimana. Vengo sballottato, rivoltato, fatto fluttuare, lavato e gettato nel porto di Calais prima che il suo sorriso di ragazza si illumini, al di là dell’Isola Verde. Sia benedetta per sempre colei che ha avuto fiducia, entrando a Calais sulla punta dell’onda. Entriamo nel porto lentamente, come un gamberetto spiaggiato, in mezzo a grossi tronchi fangosi coperti da fili verdi - come se questo fosse il luogo prediletto dalle sirene per pettinarsi - verso la banchina d’attracco della stazione ferroviaria. E mentre avanziamo, il mare va e viene fra i pilastri e le assi del ponte, con forti colpi, in un modo quasi furioso di cui siamo fieri. Le lampade ondeggiano nel vento e le campane di Calais, suonando l’una, sembrano inviare vibrazioni a lottare contro l’aria agitata, come abbiamo lottato contro l’acqua agitata. Le persone a bordo sembrano essersi appena liberate dalle mani del Dentista, dopo la prodigiosa estrazione di un dente cresciuto doppio. Adesso che mi rendo conto di quanto sono intirizzito e bagnato dall’acqua di mare, adesso amo Calais con tutto il mio cuore!

   “Hotel Dessin!” (Non è un grido, ma un luccichio negli occhi dell’allegro rappresentante di questa locanda). “Hotel Meurice!” “Hotel de France!” “Hotel de Calais!” «L’Hotel Royal, signore, ’asa per Inglesi!” “Sta andando a Parigi, signore?” “Il suo bagaglio è registrato, signore?” “Siate benedetti, voi procacciatori di clienti, siate benedetti, commissari, siate benedetti, esseri misteriosi dallo sguardo famelico, con berretti di tipo militare, che siete sempre qui, giorno e notte, con il sole e con la pioggia, alla ricerca di guadagni che non sembrate mai ottenere! Siate benedetti, ufficiali di dogana in grigioverde, permettetemi di stringervi le mani che si infilano nella mia borsa da viaggio per ricongiungersi al fondo e dare una bella scrollata al mio cambio di biancheria, come se fosse una misura di pula o di grano! Non ho nulla da dichiarare, Signor Doganiere, eccetto che, quando avrò cessato di respirare, troveranno il nome di Calais inciso nel mio cuore. Monsieur l’Officier de l’Octroi, non ho con me nessun articolo soggetto a vincoli di dogana, a parte, se è soggetto a dazio, il mio petto traboccante di devozione verso questa affascinante città. Fratello e amico carissimo, un tempo dipendente dell’Ufficio Passaporti, che raccogli i nostri nomi, guarda la passerella da sbarco illuminata da una luce sfavillante! Non cambiare il tuo tradizionale soprabito nero abbottonato, il taccuino in mano, l’alto cappello nero che sormonta la faccia rotonda, sorridente e paziente! Abbracciamoci, carissimo fratello, sono tuo per sempre.
Calais in movimento, alla stazione ferroviaria; Calais addormentata, che sogna nel suo letto; Calais con un ‘odore antico, come di pesce’; Calais spazzata dal vento e lavata dal mare, pura; Calais al posto di ristoro con la carne gustosa del pollo arrosto, il caffè caldo, il cognac e il vino di Bordeaux; Calais con le sue persone fuggevoli, che hanno la mania di cambiare valuta e che non so come fanno a guadagnare abbastanza da vivere – Calais en gros e en detail - perdona chi ti ha trattato ingiustamente. D’altra parte, non ne ero consapevole, ma mi riferivo a Dover.

Ding, ding! In carrozza, signori! Io, umile rappresentante dell’interesse non commerciale, salgo a bordo insieme ai gentiluomini provenienti da Hazebroucke, Lille, Douai, Bruxelles, Arras, Amiens e Parigi! Il treno è illuminato e io divido lo scompartimento con altri due viaggiatori: un compatriota con una cravatta antiquata, che considera bizzarro il fatto che nelle ferrovie francesi non si mantenga la stessa ora di Londra e che è reso nervoso dal mio modesto suggerimento che l’ora di Parigi sia per loro più consona e un giovane prete, con un uccellino in una piccola gabbia, a cui egli dà da mangiare con una cannuccia, prima di sistemarlo sulla rete sopra alla sua testa. L’uccellino si accosta alle sbarre e sembra rivolgersi a me con uno stile da propaganda elettorale. Il mio compatriota, che deve essere una persona importante, perché sul battello era stato rinchiuso in una cabina sul ponte, come una specie di coniglio di razza, e il giovane prete si addormentano subito, allora l’uccellino ed io abbiamo il posto tutto per noi.
E’ una notte tempestosa, il vento spazza i fili del telegrafo con mano irregolare e selvaggia, la burrasca si aggiunge all’uragano creato dall’avanzare veloce del treno. Il Controllore, aggrappato con i gomiti alla finestra aperta quando il treno è al massimo della velocità, costituisce uno spettacolo orribile. Il turbine di vento è tale che lo afferro in fretta per il bavero e ho l’impressione che sia omicidio colposo lasciarlo andare. L’uccellino, che guardo con un incanto sonnolento mentre è rimasto affacciato alle sbarre a cinguettare debolmente verso di me, sembra farmi tornare in mente qualcosa mentre andiamo avanti.
I viaggiatori non commerciali (come il piccolo uccello), pigri e spreconi, sono rimasti a letto mentre attraversavamo una serie di fossi, di paludi e altri luoghi strani. Qui intorno ci sono vecchie fattorie curiose, di pietra, unite da ponti levatoi e mulini a vento raggiungibili in barca. In queste terre le donne zappano e scavano e si muovono da un campo all’altro come se stessero manovrando un remo. Ci sono dei caffè concerto, luoghi di ritrovo di contadini, e delle colombaie di pietra dentro a cortili pieni d’immondizia, solide come le torri di guardia dei vecchi castelli. Ci sono molte miglia di monotoni canali, attraversati da grandi chiatte costruite in Olanda, dipinte in modo vistoso, e ragazze addette al traino, con i finimenti sulla fronte, alla cintura o sulle spalle, non un bello spettacolo da vedere.

   Sparsi nella campagna, ci sono i possenti lavori di Vauban, che voi conoscete, i reggimenti di caporali di cui avete sentito parlare, e molte Bebelle dagli occhi azzurri. In queste lande piatte, nei luminosi giorni d’estate, camminano lunghe file grottesche di giovani novizi dagli enormi cappelli con la tesa rialzata, che punteggiano di nero il terreno e i viali di alberi frondosi. Hazebroucke, che sonnecchia qualche chilometro più avanti, richiama alla mente le sere d’estate, quando i piedi impolverati si dirigevano laggiù dalla stazione, verso la sua Fiera ed i vecchi che facevano cerchio intorno all’organetto di Barberia e andavano sui cavallucci di legno della giostra con atteggiamento grave. Lo spettacolo principale della Fiera era rappresentato dal Religious Richardson’s – THEATRE RELIGIEUX secondo l’annuncio a lettere cubitali – un dramma religioso in cui erano rappresentati ‘tutti gli eventi interessanti della vita di nostro Signore, dalla Mangiatoia alla Tomba’. Quando siamo arrivati, verso l’imbrunire, la protagonista femminile era occupata con i Presidenti esterni dell’assemblea, mentre il secondo personaggio principale raccoglieva denaro e il giovane San Giovanni faceva mostra di sé sul palco.
Quando alzo lo sguardo per comunicare al piccolo uccello che sono d’accordo con ogni più piccolo dettaglio del suo discorso, mi accorgo che ha finito di cinguettare e ha messo la testa sotto l’ala. A modo mio, seguo il suo esempio.


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