In volo - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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Quando Don Diego de... non ricordo il suo nome, inventore della nuova Macchina Volante, costo tot franchi per le signore, tot in più per i signori - quando Don Diego, con l’Autorizzazione del Funzionario dell’Ufficio Brevetti e della sua nobile banda, avrà ottenuto un Brevetto valido nei dominion del Regno, avrà aperto un ampio Deposito in un posto arieggiato, quando tutte le persone di nobili origini avranno un paio di ali e potranno solcare l’aria in ogni direzione, prenderò un volo per Parigi e viaggerò in modo economico e indipendente anche in altre parti del mondo. Per ora, faccio affidamento sulle Ferrovie Sud-Orientali, sul cui Treno Espresso sono seduto e dove, alle otto di un mattino molto caldo, sotto la tettoia molto calda del stazione di London Bridge, corro il rischio di essere pressato come un cetriolo, un melone o un ananas. E, a proposito di ananas, credo che non ce ne siano mai stati tanti insieme come su questo treno!
Puah! L’aria calda dell’ambiente, che sembra una serra, è piena dell’odore di ananas e fa girar la testa. Ogni cittadino e cittadina di Francia sta portando a casa alcuni di questi frutti. L’Incantatrice, un’attrice francese a cui ho donato il mio cuore, è seduta nell’angolo della carrozza con un ananas in grembo. Mistery, sua amica e confidente, ne regge due sulle ginocchia e ne ha altri dentro un pacco sotto il sedile. Un fumatore francese, avvolto in un lungo abito di foggia algerina con un cappuccio a punta, che potrebbe essere un Abd-el-Kader in uniforme verde militare con i passamani, trasporta degli ananas in una cesta coperta. Dalla valigia di un altro Francese di statura elevata, solenne, malinconico, con la barba nera alla Vandyke e i capelli rasati, il petto ampio sotto il panciotto e la cintola compressa dal cappotto, un tipo saturnino, a giudicare dai pantaloni, con degli stivali di foggia femminile, degli ornamenti preziosi e della biancheria morbida e pulita, una specie di Lucifero, o Mefistofele, o Zamiel, all’origine, con gli occhi scuri, la fronte alta e il naso aquilino, trasformato ora in un Parigino distinto e dai modi raffinati, spunta l’estremità verde di un ananas.

   Se dovessi trattenermi a lungo in questa cornice costrittiva, mi chiedo che cosa ne sarebbe di me, se diventerei un gigante o se germoglierei trasformandomi in qualche altra specie di fenomeno! L’Incantatrice è composta, per nulla in disordine a causa del caldo. Guardate i suoi piccoli nastri, i fronzoli, i fiocchi, lo scialle, i guanti, i capelli, i braccialetti, il cappello, tutte le sue cose! Come è compita! Come fa ad essere così ordinata? Come fa a trasformare ogni piccolo oggetto che indossa in qualcosa di caratteristico e personale, che non potrebbe appartenere che a lei? E anche Mystery, guardatela! E’ un modello! Non è giovane, non è graziosa, anche se è ancora passabile; ma i miracoli che compie adesso a proprio beneficio fanno sì che quando morirà, uno di questi giorni, tutti saranno sorpresi di trovare nel suo letto una vecchia, così diversa da prima. Non mi meraviglierebbe che un tempo anche lei sia stata attrice, con un’altra Mystery come accompagnatrice. Anche l’Incantatrice forse diventerà una Mystery, a sua volta, starà dietro le quinte in attesa di porgere lo scialle alla Signorina e si metterà seduta di fronte a lei nelle carrozze ferroviarie, sorriderà e parlerà in modo ossequioso, come fa ora Mystery. E’ una cosa dura da credere!

   Con l’arrivo di due Inglesi, la nostra carrozza è al completo. Il primo Inglese è probabilmente un Agente di Borsa della City, rosso in viso e dall’aria rispettabile. Il secondo è talmente dominato dalla fretta che tutte le sue facoltà ne sono interamente assorbite. Entra a precipizio nella carrozza, alla cieca. Grida qualcosa dalla finestra riguardo al suo bagaglio, poi si seppellisce sotto diversi strati di pesanti soprabiti, senza motivo, in modo demenziale. Non riceve assicurazioni di nessun genere da alcun facchino. E’ robusto e accaldato, si asciuga la testa, respira pesantemente e in questo modo si riscalda ancora di più. Non crede alle rassicurazioni del Controllore che ‘non c’è fretta’. Non c’è fretta! Con la prospettiva di un volo per Parigi di undici ore davanti a sé!
Fretta o non fretta, per me non cambia nulla in questo angolo sonnolento. Fino a quando Don Diego non mi farà avere un paio di ali, il mio volo, anziché nell’aria, continuerà ad essere con la Compagnia Sud-Orientale, cosa che mi permette una maggiore indolenza. Devo solo star seduto e vengo spedito via, mentre seguo pigramente i miei pensieri. In questo torpido volo estivo, a cui provvede la Compagnia Sud-Orientale, non devo rendere conto a nessuno dell’inerzia delle mie idee.

    La campana! Non ho neanche bisogno di sbattere le ali. C’è qualcosa che sbuffa, che urla, qualcosa che annuncia a ciò che sta intorno che è meglio che si levi di mezzo. Si parte.
Ah! Dopo quella della serra, l’aria fresca che soffia in queste strade interminabili e disperde il fumo della vasta distesa di comignoli è piacevole. Con un balzo notevole siamo scagliati lontano, nel Bermondsey, dove vivono i conciatori. Flash! E’ scomparso il traffico marittimo sul Tamigi. Whirr! Le stradine ricoperte di piastrelle nuove e rosse sono state sparate via a raffica, insieme alle aste delle bandiere che spuntavano qua e là sui muri, come erbacce in mezzo ai fagioli rossi e alle molte fogne e ai canali di scolo per il miglioramento della salute pubblica. Whizz!
Mi chiedo come mai, quando chiudo gli occhi mentre sono in un tunnel, ho la sensazione di andare nella direzione opposta, alla velocità di un Espresso. Di sicuro sto tornando a Londra, dove l’Incantatrice deve aver dimenticato qualcosa e per questo ha invertito il movimento del motore, per andarla a prendere. No! Dopo una lunga oscurità, appaiono pallide strisce di luce intermittente. Sto volando verso Folkestone.
Le strisce crescono, si ingrandiscono, diventano continue, diventano il fantasma del giorno, anzi, diventano il giorno. Il tunnel è lontano molte miglia e io volo attraverso la luce del sole, attraverso i campi di cereali e di luppolo del Kent.
C’è un piacere irreale, come di sogno, in questo volo. Mi chiedo dove e quando è successo che siamo stati spinti dal vento nello spazio, come un Treno Parlamentare che corre in mezzo a una folla di teste e di facce che ci guardano dalle gabbie, in mezzo ai cappelli che sventolano. L’Agente di Cambio dice che quella era la stazione di Reigate, poi spiega a Mystery a quante miglia essa si trovi da Londra. Mistery trasmette l’informazione all’Incantatrice, sviluppando l’argomento. Mentre volo in mezzo alle messi e ai campi di luppolo, stento a credere che esista una Reigate, che esista Londra. Ma, in fondo, che cosa mi importa?
Bum! Ci siamo lasciati alle spalle un’altra stazione e voliamo via incuranti di tutto. Tutto intorno a noi è in volo. Le coltivazioni di luppolo si voltano verso di me in modo aggraziato, presentando file regolari di piante in rapida fuga, prima di essere trascinate via in tutta fretta. Lo stesso fanno gli stagni, le canne, i mucchi di fieno, le greggi, il trifoglio fiorito, delizioso da vedere e da odorare, i covoni di grano, i meli, i ciliegi, i mietitori, le spigolatrici, le siepi, i cancelli, i campi che si assottigliano e diventano piccoli angoli, casette, giardini, alcune chiese. Bang! Una stazione a doppio binario, un bosco, un ponte, un paesaggio campestre, un terrapieno. Bang! Una stazione a binario semplice, un incontro di cricket in mezzo a due tende bianche, quattro mucche volanti, delle rape, i fili elettrici di un telegrafo in movimento ondulatorio che ne rende indistinte le estremità e irregolari gli intervalli fra l’uno e l’altro, che si contraggono e si espandono nel modo più strano. Riduciamo la velocità, poi, con un avvitamento, uno stridio e un odore di acqua gettata sulla cenere, ci fermiamo!

   Il Viaggiatore Matto, che è rimasto ad osservare attentamente per due o tre minuti, tenendo stretto il soprabito, si precipita verso la porta, la sbatacchia rumorosamente, grida: “Ehi!”, nel tentativo di far prendere a bordo dei pacchi impossibili. Appare il capotreno, calmo e padrone di sé, che chiede: “Andate a Tunbridge, signore?” “Tunbridge? No, Parigi.” “C’è molto tempo, signore.Nessuna fretta. Cinque minuti di sosta per rifocillarsi.” Io sono così fortunato da riuscire ad anticipare Zamiel di mezzo secondo nel procurare un bicchiere d’acqua per l’Incantatrice.
Chi immaginerebbe che abbiamo viaggiato a questa velocità e che fra breve riprenderemo il volo? Il posto di ristoro e la banchina sono affollati, un facchino sta raffreddando con cautela una ruota surriscaldata con l’innaffiatoio, un altro, con altrettanta cautela, sta servendo abbondanti porzioni di gelato al resto delle ruote. Il Capitalista ed io siamo rientrati nella carrozza per primi, e, mentre siamo soli, egli mi annuncia solennemente che la Francia, come nazione, ‘non vale nulla’. Gli chiedo perché e lui dice che, con il Regno del Terrore, gli abitanti hanno raggiunto il limite. Mi azzardo a chiedergli se non ricorda nulla del periodo precedente il suddetto Regno del Terrore. Egli dice di non ricordare niente in particolare. “Perché” osservo “la messe che viene falciata deve essere stata seminata in precedenza.” Per chiudere il discordo, come se ne avesse abbastanza, il Capitalista ripete che i Francesi sono rivoluzionari “in permanenza”.
Suona la campana. L’Incantatrice, aiutata da Zamiel a rientrare, ci lancia il suo rapido sguardo laterale, che mi colpisce al cuore. Mistery sta mangiando un pan di Spagna. L’atmosfera è pervasa dall’odore di ananas, vagamente permeata da una punta di sherry.

   Mentre torna in tutta fretta, il Viaggiatore Matto oltrepassa la carrozza senza accorgersene. Accecato dall’agitazione, non riesce a vederla. Sembra la sola creatura a bordo scelta dal Destino per essere infelice, l’unica che abbia motivo di affrettarsi. Invece, per poco, non viene lasciato a terra. Il Controllore Calmo lo afferra dopo che il treno è ripartito e lo tira dentro a forza. Ma il dubbio tenace che nelle vicinanze ci sia una nave in partenza continua ad attanargliarlo ed egli guarda selvaggiamente fuori dalla finestra per cercarla.
Riprendiamo il volo in mezzo ai covoni di grano, ai campi di luppolo, ai mietitori, alle spigolatrici, ai meli, ai ciliegi, alle stazioni a binario semplice e doppio. Ashford. L’Incantatrice, impegnata a parlare con Mistery in modo ricercato, getta un piccolo grido, che sembra provenire dalla parte alta della sua testa preziosa, dietro le lucenti sopracciglia. “Santo cielo, il mio ananas, la mia creatura! E’ perduto!” Mistery è rattristata. Si effettua una ricerca, non è perduto, Zamiel lo trova. Io lo maledico alla maniera persiana: possa la sua faccia essere girata sottosopra e gli asini sedersi sulla tomba di suo zio!
Ora l’aria è più fresca e vi sono rapide apparizioni di zone collinari aperte, su cui svolazzano le cornacchie, che subito oltrepassiamo. Poi il mare, e alle dieci e un quarto Folkestone: “Signori, biglietto!” Il Matto si lancia verso la porta. “Per Parigi, signore?” Nessuna fretta.
Non c’è la minima fretta. Ci fanno scendere lentamente al Porto, e per dieci minuti camminiamo su e giù davanti al Royal George Hotel, che è del tutto indifferente nei nostri confronti. Il Royal George non presta più attenzione a noi di quanto faccia il suo omonimo sott’acqua a Spithead o sottoterra a Windsor. Il cane del Royal George che lampeggia in modo intermittente e non si prende il disturbo di tirarsi su a sedere dalla posizione distesa in cui si trova e le persone presenti al pranzo nuziale, che sono visibili attraverso la finestra aperta e che, devo dire, sembrano esauste di felicità, non gettano neanche un’occhiata a noi che stiamo volando a Parigi in undici ore.
Il Matto, convinto che siano tutti in combutta per impedirgli di arrivare a Parigi, è irritato e rifiuta ogni consolazione. Sbatacchia le porte. Vede del fumo all’orizzonte e ‘sa’ che il battello è partito senza di lui. Il Capitalista, pieno di risentimento, spiega che anche lui sta andando a Parigi. Il Matto replica che se al Capitalista sta bene di essere lasciato indietro, lui non è d’accordo.
“Signore e Signori, nella sala d’attesa è allestito un buffet. Per Parigi non c’è nessuna fretta, signore e signori. Assolutamente nessuna fretta.”

   Venti minuti di sosta, secondo l’orologio di Folkestone, per osservare
l’Incantatrice che mangia un sandwich e Mistery che mangia tutto ciò che è commestibile, dal pasticcio di carne di maiale, alla salsiccia, alla marmellata, all’uva spina e alle zollette di zucchero. Per tutto il tempo c’è una vera cascata di bagagli, con la polvere che si solleva dal molo e ricade nel battello a vapore. Il Matto non smette di fissarli e, anche se non dovrebbe, chiede ostinatamente che gli venga mostrato il suo bagaglio. Quando, alla fine, la sua valigia conclude la cataratta, egli corre a ristorarsi, ma viene richiamato, inseguito, spinto, portato indietro e scaraventato dentro al battello in partenza, dove viene afferrato in modo poco onorevole dai marinai.
E’ una giornata meravigliosa nella stagione del raccolto, il cielo è sereno, il mare è tranquillo. Le bielle dei pistoni dei motori salgono dal basso con regolarità, per dare un’occhiata al tempo splendido e, con altrettanta regolarità, arrivano quasi a sbattere le loro teste di ferro contro la costola trasversale dell’osteriggio, senza che mai succeda! A bordo c’è un’attrice parigina, accompagnata da un altra Mistery. L’Incantatrice saluta la sorella –che bei denti graziosi ha! – e Mistery saluta Mistery. La mia Mistery smette presto di parlare – non si sente bene, per la verità, dopo aver mangiato una tale diversità di cibo – e scende di sotto. La Mistery rimasta sorride alle sorelle attrici - che, temo, non avrebbero nulla in contrario a pugnalarsi a vicenda – e, nel complesso, è affascinata.
A bordo aumenta il numero dei Francesi e diminuisce quello degli Inglesi. I Francesi si stanno avvicinando a casa e si scrollano di dosso lo svantaggio, mentre noi ce lo addossiamo. Zamiel e Abd-el-Kader sono le stesse persone di prima, ma ognuno di loro sembra entrare in possesso di una fiducia indescrivibile che noi - l’Agente di Cambio ed io, per esempio - abbiamo smarrito. Quello che loro guadagnano, noi lo perdiamo. Alcuni gentiluomini britannici, il cui intelletto in patria non è nutrito di verità, ma di parodie delle cose, diventano sottomessi e, in qualche modo, smarriti, fino al punto che, quando il timoniere dice loro di essere stato in questa stazione otto anni fa, ma di non aver mai visitato l’antica città di Bullum, uno di loro, facendo assegnamento in modo sciocco su questa persona inaffidabile gli chiede quale sia, secondo lui, il migliore albergo di Parigi.

   Sul suolo francese sono accolto dalle tre affascinanti parole: Libertà, Uguaglianza e Fraternità, dipinte, a lettere un po’ troppo scialbe per l’altezza, sull’edificio della dogana e dai grandi tricorni, i copricapi di rappresentanza senza i quali in questo paese non si possono fare cose di natura pubblica. La rabbiosa moltitudine che soggiorna negli alberghi di Boulogne sta urlando e schiamazzando dietro alla barriera lontana, impaziente di raggiungerci. In un modo tutto particolare, il Matto viene consegnato alla loro furia e lo si può vedere lottare in mezzo al vortice umano. Egli riesce in qualche modo a spiegare di essere diretto a Parigi, viene salvato in modo rumoroso da due uomini con il tricorno e portato nel recinto della dogana con tutti noi.
Affido tutti i doverosi impegni a un individuo zelante e di straordinario acume, con una fronte digradante e un logoro cappotto color tabacco, che mi aveva già agganciato con lo sguardo prima che la nave entrasse in porto. Egli si getta velocemente sul mio bagaglio sparpagliato sul pavimento in mezzo agli altri, simili a relitti nelle profondità del mare, lo fa pesare e dichiarare di proprietà di un ‘viaggiatore sconosciuto’. Poi versa un certo numero di franchi a un funzionario che lavora dentro a una nicchia, somigliante alla biglietteria di un teatro (tutta l’organizzazione è una via di mezzo fra quella militare e quella di uno spettacolo teatrale). Suppongo che ritroverò i colli al mio arrivo a Parigi. Lui dice che li ritroverò, non lo so. So solo che gli pago il suo piccolo compenso, metto in tasca il biglietto che mi consegna, poi mi siedo su una panca nella confusione generale.
Stazione ferroviaria. “Pranzo o cena, signore e signori. C’è tanto tempo per Parigi. Tanto tempo!” Grande entrata, lungo bancone, lunghe file di tavoli, bottiglie di vino, piatti di carne, polli arrosto, piccole pagnotte, vasche di minestra, piccole caraffe di brandy, torte e frutta. Ristorato da queste fonti, ricomincio a volare.
Prima di alzarmi in volo, ho visto un ufficiale in uniforme, con un vitino da vespa e un paio di pantaloni a sbuffo, simili a due palloncini, presentare Zamiel all’Incantatrice e alla Sorella Artista. Sono saliti tutti sulla stessa carrozza, accompagnati dalle due Mistery. Ridevano. Io sono solo nella vettura - il Matto non conta - solo al mondo.

  Campi, mulini, terre basse, piante cimate, mulini, campi, fortificazioni, Abbeville, soldato, rulli di tamburi. Mi chiedo dove sia l’Inghilterra e quando ci sono stato per l’ultima volta – circa due anni fa, direi. Mentre corriamo veloci fra trincee e postazioni e passiamo rasenti ai ponti levatoi, guardo giù nei fossi stagnanti e mi immagino di essere un prigioniero di stato in fuga dalla stanza di una fortezza, posta al piano superiore, insieme a un compagno. Abbiamo provato a infilarci su per il camino, ma il passaggio è sbarrato da una grata di ferro conficcata nelle pareti. Dopo mesi di lavoro, siamo riusciti a staccare la griglia con un attizzatoio e a rimuoverla. Abbiamo costruito un gancio, attorcigliato i tappeti e le coperte per formare delle funi. Il nostro piano è di arrampicarci su per il camino, agganciare le funi alla sommità, scendere giù in basso sul tetto della casa del corpo di guardia spostando alternativamente le mani, poi sciogliere il nodo, aspettare il momento in cui la sentinella si allontana, rifare il nodo, lasciarci cadere nell’acqua stagnante, attraversarlo a nuoto e infilarci al riparo nel bosco. E’ venuto il momento – una notte agitata e tempestosa. Saliamo su per il camino, poi scendiamo sul tetto dell’edificio del corpo di guardia, nuotiamo nel fossato nero, quando sentiamo un: “Qui v’la?”, poi il suono di una tromba, l’allarme, uno schianto! Che cos’è, la morte? No, Amiens.
Altre fortificazioni, altri soldati e tamburi, altri vassoi di minestra, altre pagnotte, altre bottiglie di vino, altre caraffe di brandy, altre pause per ristorarsi. Tutto buono e tutto pronto. Una stazione luminosa, dall’aspetto immateriale e finto. Persone in attesa. Case, uniformi, barbe, baffi, zoccoli, donne eleganti, bambini con il viso di vecchi. Se non è un inganno dovuto al mio volo vertiginoso, qui gli adulti e i bambini diventano diversi: i ragazzi e le ragazze hanno l’aspetto di piccoli vecchi e vecchie, mentre gli uomini e le donne sembrano vivaci ragazzi e ragazze.
Trombe, grida, il volo ricomincia. L’Agente di Cambio è venuto nella mia carrozza. Dice che il modo di ristorarsi, anche se è molto ‘francese’, non è male. Riconosce a tutto il personale una grande abilità e gentilezza. Ritiene che il sistema decimale della moneta abbia a che fare con la loro rapidità nel regolare i conti e che conoscano solo ciò che è utile e ragionevole. Aggiunge, tuttavia, come protesta generale, che si tratta di un popolo rivoluzionario, sempre intenti a promuovere qualche insurrezione.
Bastioni, canali, una cattedrale, un fiume, soldati, tamburi, aperta campagna, fiume, manufatti di terracotta, Creil. Altri dieci minuti di sosta. Nemmeno il Matto ha più fretta. La stazione ha un salotto con una veranda e somiglia alla casa di un piantatore. L’Agente di Cambio la giudica una specie di custodia di cartone, non fatta per durare. All’interno vi sono dei piccoli tavoli, a uno dei quali sono sedute le Sorelle Attrici, accompagnate dalle due Mistery, insieme a Vespa e a Zamiel. Danno l’impressione di dovervi stare una settimana.

   Sto nuovamente volando senza più problemi di prima, e, mentre volo, mi chiedo meravigliato che cosa abbia fatto la compagnia Sud-Orientale di tutti quegli orribili, piccoli paesi, che eravamo soliti attraversare con la Diligenza? Che cosa hanno fatto della polvere estiva, del fango d’inverno, dei tristi viali con i piccoli alberi, delle stazioni di posta sgangherate, dei mendicanti che apparivano di notte con in mano mozziconi di candele e guardavano dentro attraverso i vetri, dei cavalli dalla coda lunga che si mordevano a vicenda, dei postiglioni corpulenti con stivali alla scudiera, dei caffè dove eravamo soliti fermarci e dove non mancava mai una lunga tovaglia ammuffita, con le allegre bottiglie di olio e aceto messe in mostra e una disposizione in stile siamese del sale e del pepe? Dove sono le piccole città ricoperte di erba, le meravigliose piccole piazze del mercato dove non c’è mai stato un mercato, i negozi che nessuno ha mai aperto, le strade dove nessuno ha mai camminato, le chiese dove nessuno è mai andato, i campanelli che nessuno ha mai suonato, i vecchi edifici in rovina tappezzati di manifesti multicolori che nessuno ha mai letto? Dove sono le ventidue ore di viaggio faticoso, giorno e notte, sempre insopportabilmente caldi o insopportabilmente freddi? Dove sono i dolori nelle ossa, l’irrequietezza nelle gambe, il francese con il berretto da notte che non avrebbe mai permesso di abbassare il finestrino del piccolo coupé, che mi cadeva sempre addosso quando si addormentava, che russava tutta la notte, con il fiato che puzzava di cipolle?
Fa irruzione una voce che annuncia: “Parigi! Siamo arrivati!”
Forse ho superato me stesso, ma non riesco a crederci. Ho l’impressione di essere sotto l’effetto di un incantesimo, stregato. Sono appena le otto quando il mio bagaglio viene ispezionato dalla più veloce delle dogane, posta vicino alla stazione, e sto viaggiando rumorosamente in una vettura a nolo.
Di sicuro non è Parigi, questa? Sì, credo proprio che lo sia. Non conosco alcun altro posto dove ci sono queste case alte, queste cantine sperdute, queste tavole da bigliardo, questi fabbricanti di calze con le sagome di gambe rosse o gialle come insegne, questi negozi di combustibile con le cataste di ceppi di legna dipinti all’esterno e la segatura nel fossetto di scolo, questi angoli sporchi di strade, questi dipinti appesi sopra alle entrate scure, che raffigurano delle governanti con atteggiamento discreto che allattano un bebè. Ci penserò più tardi, immerso in un bel bagno caldo.

   La piccola stanza in cui mi trovo è simile a un’altra che conoscevo, che si trova nei bagni cinesi sul Boulevard e, anche se la vedo attraverso un velo di vapore, potrei giurare su quella cesta della biancheria a forma di clessidra. Quando ho lasciato casa mia? Quando ho pagato, al London Bridge, il biglietto ‘direttamente fino a Parigi’, liberandomi così di ogni responsabilità, all’infuori di quella di conservare la ricevuta divisa in tre parti, la prima delle quali staccata a Folkestone, la seconda a bordo della nave e la terza alla fine del viaggio? Sembra che siano passati degli anni. Inutile fare un calcolo. Esco per una passeggiata.
La folla per le strade, le luci nei negozi e sui balconi, l’eleganza, la varietà e la bellezza delle decorazioni, il numero di teatri, i caffè pieni di luce con i vetri delle finestre a ghigliottina tirati su in alto, i gruppi di persone vivaci ai piccoli tavoli sul marciapiede, la luce e lo splendore delle case, con gli interni tanto luminosi da sembrare all’esterno, mi convincono che non sto sognando; sono veramente a Parigi, in qualsiasi modo vi sia arrivato. Faccio una passeggiata fino allo sfavillante Palais Royal, poi su per Rue de Rivoli fino a Place Vendôme.
Mentre sto gettando un’occhiata alla vetrina di un negozio di stampe, sopraggiunge l’Agente di Cambio, mio compagno di viaggio, che, ridendo con una punta di disprezzo e indicando con il dito il Napoleone nella vetrina e il Napoleone sulla colonna dice: “Che gente! Un’unica idea in tutta Parigi, una monomania!” Ma io credo di averne visto una versione anche in Inghilterra! Quando sono partito, c’era una sua statua ad Hyde Park Corner, un’altra nella City e una stampa o due nei negozi.
Mi incammino verso la Barrière de l’Etoile, talmente stordito dal volo da avere un dubbio piacevole sulla realtà delle cose intorno a me; la folla vivace, gli alberi sovrastanti, i cani che danno spettacolo, i cavalli delle giostre, le prospettive create dalla luce delle lampade luminose: i cento e uno locali dove si canta, dove le orchestre indossano costumi splendenti azzurro e oro, dove una uri dagli occhi stellati raccoglie in una scatola le offerte volontarie.
Così, entro nell’hotel, incantato; mangio cena, incantato; vado a letto, incantato. Respingo lontano nel tempo la mattina - se davvero è mattina -e benedico la compagnia Sud-Orientale che, in questi giorni prosaici, fa apparire reali le Mille e Una Notte e, mentre mi alzo pigramente in volo verso il paese dei sogni, mormoro: “Nessuna fretta, signore e signori, si va a Parigi in undici ore! E’ un’esperienza così bella che davvero non c’è fretta!”


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