La mia stazione termale - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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Avendo guadagnato il diritto, dopo molti anni di fedeltà, di essere incostante verso la mia stazione termale inglese, per due o tre stagioni sono andato a ritemprarmi in una stazione termale francese. Un tempo essa mi era nota unicamente come una città attraversata da una strada molto lunga, con un mattatoio a una estremità e un battello a vapore all’altra. Sembrava mio destino vederla sempre solo all’alba nelle mattine invernali, quando, nei giorni precedenti le ferrovie internazionali, sveglio quel tanto che bastava per rendermi conto che ero spiacevolmente addormentato, era mio destino percorrerla con un rumore di acciottolio sulla diligenza da Parigi, con un mare di fango dietro di me e un mare di onde agitate davanti. A proposito di questo mostro, la mia fantasia ricorda un francese coraggioso con un berretto di pelle di foca e un cappuccio intrecciato sopra, mio compagno di viaggio nella suddetta carrozza, che, svegliandosi con un viso pallido e sfatto e guardando tristemente la fila rumorosa di trasgressori che si divertivano fanaticamente a uno strumento di tortura chiamato ‘Bar’, mi ha chiesto se non avevo mai sofferto di mal di mare. Per preparare la sua mente all’abietta creatura che stavo per diventare e per offrirgli consolazione, gli ho risposto: “Signore, il vostro servo è sempre ammalato quando è possibile esserlo.” E lui, per nulla rallegrato dal luminoso esempio, ha risposto: “Ah, cielo, ma io sono sempre malato anche quando è impossibile esserlo.”
   I mezzi di trasporto fra la capitale francese e la stazione termale sono completamente cambiati, ma il Canale è tuttora senza un ponte e il chiasso e la confusione continuano come prima. Devo dire che, anche se si riesce a fare la traversata con un tempo discreto – cosa peraltro rara - l’arrivo è sempre poco dignitoso. Alcuni piccoli avvenimenti congiurano a rendere il visitatore oggetto di umiliazioni. Prima ancora che la nave raggiunga il porto, i passeggeri sono ridotti in schiavitù. Abbordati da un reparto schiacciante di ufficiali di dogana, essi vengono fatti marciare fino a una buia prigione sotterranea. La strada che conduce a questa prigione è recintata con delle corde all’altezza del petto, all’esterno delle quali gli Inglesi che si trovano sul posto, sopravvissuti al mal di mare e ora in buona salute, si radunano vestiti dei loro abiti migliori per godersi il tormento dei loro compagni esausti. “Dio mio, quanto sta male quello!” “E dietro ce n’è uno bagnato fradicio!” “Eccone uno veramente pallido!” “Quello dopo ha addirittura la faccia verde!” Io, che pure non manco di dignità naturale, ho vivo il ricordo di aver camminato barcollando in quell’odiosa fila un giorno di settembre in cui soffiava un forte vento. A causa dell’estrema debolezza delle mie gambe, sono stato ricevuto con uno scoppio di risa e applausi, come se fossi stato un attore comico irresistibile.

   Nel terzo posto, i prigionieri vengono rinchiusi in una prigione buia, in due o tre nella stessa cella, per essere esaminati come se fossero dei passaporti viventi. Nel vano della porta c’è un militare che usa il braccio come una sbarra. Di solito, durante queste cerimonie nella mente dei Britannici sono presenti due pensieri. Il primo è che sia necessario cercare di raggiungere velocemente la cella lottando violentemente, come se essa fosse un salvagente e la prigione una nave che affonda. Il secondo è che il braccio del militare è un affronto nazionale, di cui il governo a casa si dovrebbe occupare immediatamente. E dato che i Britannici hanno la mente e il corpo infiammati da queste fantasie, danno risposte deliranti alle domande e mettono in atto azioni stravaganti. Così, Johnson si ostina a
dare Johnson come nome di battesimo e a sostituire il suo cognome con un “Dannazione!”. E, dato che non c’è modo di indurlo a ravvisare alcuna differenza fra la chiave di un baule e un passaporto, egli persevera nel porgere l’una quando gli viene richiesto l’altro. Così arriva nel quarto posto in uno stato di idiozia pura e quando viene buttato in mezzo a una distesa selvaggia e urlante di procacciatori di clienti, egli diventa un lunatico con gli occhi selvaggi e i capelli scomposti, fino a quando non viene calmato e messo in salvo. Se è senza amici, egli viene generalmente messo su un treno omnibus e portato a Parigi.
Quando si è riusciti a raggiungerla, tuttavia, la stazione termale francese è un posto molto gradevole. Ha una campagna varia e bella tutt’intorno e molte cose gradevoli e caratteristiche all’interno del centro abitato. Per la verità, con meno cattivi odori, meno rifiuti che marciscono, un sistema migliore di canali di scolo e una maggiore pulizia in molte parti, essa sarebbe più salubre. Ma è una città luminosa, ariosa, piacevole e allegra.
Se vi capitasse di passeggiare in una delle tre grandi strade lastricate verso le cinque del pomeriggio, quando i delicati profumi della cucina riempiono l’aria e le finestre degli hotel, di cui essa è piena, offrono rapide apparizioni di lunghe tavole apparecchiate per la cena, rese sontuose dai tovaglioli piegati a forma di ventaglio, decidereste che è una città straordinariamente buona per mangiare e bere.

   La città antica, cinta di mura, ricca di pozzi di acqua fresca, è in cima a una collina che oggi si trova all’interno del quartiere degli affari e lo sovrasta. Se invece di essere in vista dell’erba che cresce nelle crepe delle bianche scogliere di Dover nelle giornate limpide, essa si trovasse ad alcune centinaia di miglia dall’Inghilterra, voi sareste da tempo annoiati a morte da questa città. E’ più pittoresca e caratteristica della metà dei luoghi un tempo incontaminati, trasformati poi in luoghi artefatti dai turisti che seguono le guide come pecore. Per non dire nulla delle sue case dai cortili austeri, degli angoli curiosi, delle strade bianche e tranquille nella luce del sole, su cui si affacciano molte finestre, dell’antico campanile che sarebbe citato negli album e negli annuali di questi ultimi cento anni se fosse più costoso da raggiungere. Per fortuna, dato che si trovano nella mia stazione termale, essi sono sfuggiti molto bene all’attenzione generale e li si può amare in modo naturale, secondo il proprio gusto, senza bisogno di farsi venire le convulsioni. Considero come un dono del cielo il fatto che Bilkins, l’unica autorità in fatto di Gusto, non abbia mai preso in considerazione, per quanto mi è dato sapere, la mia stazione termale francese. Bilkins non ha mai scritto nulla su di essa, non ha mai suggerito nulla da vedere, non ha mai indicato le misure di nulla, l’ha sempre lasciata stare. Per il sollievo che ne deriva, che il cielo benedica la città e la memoria dell’immortale Bilkins allo stesso modo.

  Lungo le vecchie mura, che delimitano i quattro lati della città alta, c’è una passeggiata incantevole, ombreggiata dagli alberi che si curvano ad arco su di esse, e dalle quali si possono gettare rapide occhiate sulle strade sottostanti, cambiando punto di vista sulla città, sul fiume, sulle colline e sul mare. Alcune case austere, radicate nelle strade sottostanti ed emergenti a nuova vita in cima, hanno le porte, le finestre e persino i giardini sui bastioni. Un bambino entra nel cancello di una di queste case, sale molti gradini e riappare alla finestra del quarto piano. Potrebbe credersi un nuovo Jack, arrivato in una terra incantata scalando il gambo di una pianta di fagiolo. E’ un luogo meravigliosamente popolato di bambini inglesi, con governanti che leggono romanzi mentre passeggiano lungo i viottoli ombreggiati; con bambinaie sedute sulle panchine a scambiarsi pettegolezzi; con nutrici sorridenti dalle cuffie bianche come la neve. I bambini piccoli indossano copricapi di paglia a forma di alveare, di cestino da lavoro o di cuscino per l’inginocchiatoio. Tre anni fa c’erano tre vecchi pieni di rughe, uno dei quali aveva un nastro rosso logoro e spelacchiato all’occhiello. Si vedevano camminare in mezzo ai bambini, prima di cena. Se passeggiavano per farsi venire l’appetito, di sicuro essi dovevano vivere en pension, con un contratto d’appalto, altrimenti la loro povertà avrebbe reso l’azione imprudente. Erano curvi, con gli occhi cisposi - dei vecchi noiosi, trasandati e malconci - ma non senza un’ombra di distinzione nella loro persona. Parlavano poco fra di loro e davano l’impressione che, se avessero avuto abbastanza energia per esprimere un’opinione, essi sarebbero stati politicamente scontenti. Una volta abbiamo sentito Nastro Rosso lamentarsi debolmente con gli altri di un furto, di qualcuno che era ‘un ladro’ e tutti e tre hanno disposto la bocca come per digrignare i denti, se li avessero avuti. L’inverno successivo ha visto di nuovo insieme Nastro Rosso e i due Nastri Sbiaditi, ma l’anno dopo erano rimasti solo in due in mezzo alla confusione di cerchi e di bambole, misteriosi ma familiari ai bambini, la maggior parte dei quali li consideravano degli esseri inoffensivi, mai stati bambini e ai quali i bambini non potevano mai somigliare. Un altro inverno è venuto e un altro uomo se n’è andato. Quest’anno, l’unico rimasto del triumvirato sedeva da solo su una piccola panca solitaria – ormai camminare non lo attraeva più - con i cerchi e le bambole sparpagliate intorno a sé come al solito.

   Nella Piazza d’Armi di questa città c’è un piccolo mercato in rovina, che si infila sotto la vecchia porta, dilaga giù per la collina, si mescola con il mormorio del mercato della città bassa per perdersi infine nel suo movimento e trambusto. Nelle pigre mattine d’estate è molto piacevole seguire con gli occhi il suo corso dalla cima della collina. Esso comincia, pigro e sonnolento, con alcuni sacchi di cereali; poi, con un cambiamento improvviso, si trasforma in una sorprendente collezione di stivali e di scarpe; quindi, si dirama rumorosamente giù per il pendio in canali diversificati formati da vecchio cordame, vecchio ferro, vecchie stoviglie, vecchi abiti civili e militari, vecchi tappeti, tessuti nuovi di cotone, stampe di santi dai colori accesi, piccoli specchi e rotoli di nastri di lunghezza incalcolabile. Infine si tuffa in una stradina posteriore nascondendosi alla vista, come fanno i corsi d’acqua sotterranei, riemergendo scintillante sotto forma di un chiosco di bevande e riapparendo ancora dietro la grande chiesa, per entrare di volata nella vivace confusione di donne con copricapi bianchi, di uomini con camicie azzurre, di pollame, di verdure, di frutta, di fiori, di vasi, di tegami, di inginocchiatoi, di soldati, di burro di campagna, di ombrelli, di parasoli, di portatrici con ceste sulla schiena in attesa di essere assunte. Un piccolo vecchio rugoso con un tricorno sulla testa indossa una corazza fatta di bicchieri e porta sulle spalle un’asta di legno cremisi che sorregge delle bandiere sventolanti, simile a un calcatoio senza il manico. Egli suona un piccolo campanello in tutte le direzioni e grida, con voce stridula, udibile sopra al rumore sordo e continuo delle contrattazioni e delle vendite: “Bibite fresche! Hola! Hola! H-o-o!”. Nel primo pomeriggio, la corrente si prosciuga. Gli inginocchiatoi tornano al loro posto in chiesa, gli ombrelloni vengono chiusi e le merci invendute portate via, spariscono le bancarelle e la piazza viene spazzata. Le vetture da nolo girano in attesa dei clienti e, se percorrete le stradine di campagna come faccio io, potete vedere le contadine, con vestiti comodi e un aspetto ordinato, che tornano a casa sugli asinelli più allegri del mondo, con un bel corredo di secchi lucenti per il latte, di barilotti per il burro e altro.

   Nella nostra stazione termale francese c’è anche un mercato del pesce, formato da alcune casse di legno disposte lungo la strada che si apre verso il porto. Le barche da pesca francesi sono famose ovunque e i pescatori di qui, che amano i colori vivaci e sono fra le persone più pittoresche che abbiamo conosciuto, solo secondo Bilkins hanno un gusto sobrio. Essi possiedono un quarto della città, occupano interi villaggi sulle colline circostanti, frequentano chiese e cappelle riservate, dove si sposano fra di loro; hanno usanze proprie e non cambiano mai la foggia dell’abito. Appena i bambini sono in grado di camminare, vengono equipaggiati con un lungo berretto da notte rosso e, da grandi, preferirebbero andare in mare senza la testa piuttosto che senza questa indispensabile appendice. Indossano raffinati stivali, con la parte superiore ripiegata e sporgente in fuori, e si avvolgono in una tuta meravigliosa, con pantaloni da donna, fatti all’apparenza con la tela delle vele incatramata, così induriti dalla pece e dal sale che chi li indossa procede camminando a gambe larghe, in mezzo alle barche, ai barili, alle reti e al sartiame, una camminata particolare, dondolante, che è uno spettacolo da non perdere.
Le donne più giovani vanno al mare a piedi nudi, buttano le ceste nelle barche quando queste si avvicinano con la marea e prenotano i primi frutti della retata con promesse propiziatorie di amare e sposare il caro marinaio che, come un Angelo, le riempirà. Queste donne hanno le gambe più belle mai scolpite dalla Natura nel mogano più splendente e camminano come Giunone. I loro occhi sono così luminosi che, accanto ad essi, i loro lunghi orecchini d’oro sembrano opachi. Sono belle, con i loro visi freschi e graziosi, le sottovesti pulite ed eleganti, mai troppo lunghe, le calze del colore delle more, o blu, marroni, porpora, lilla, fatte a mano dalle donne più anziane, che siedono dappertutto sferruzzando, sferruzzando da mane a sera mentre si prendono cura dei bambini, che hanno l’aspetto di olandesi. Che meraviglia questi piccoli, con le loro vivaci giacche blu, anch’esse fatte a maglia, aderenti alla graziosa corporatura; che meraviglia la grazia naturale con cui indossano il copricapo più ordinario o avvolgono un comune fazzoletto attorno alla folta capigliatura. Considerando queste premesse, non ci ha minimamente sorpresi il fatto che non abbiamo mai incontrato nei campi, sulle strade polverose, vicino ai mulini a vento o sui tratti di erba dolce al di sopra del mare alcun giovane pescatore della nostra stazione termale francese in compagnia di una giovane pescatrice. Soltanto il braccio di quel pescatore era sempre, invariabilmente, senza assurdi tentativi di mascherare una necessità così ovvia e inevitabile, attorno al collo o alla vita di quella pescatrice. E non abbiamo dubbi che le case e le terrazze una sopra l’altra, gli indumenti vivaci stesi qua e là al sole sui parapetti di pietra non levigata, l’insieme gradevole degli oggetti visti attraverso le reti scure appese ai pali ad asciugare siano, negli occhi di ogni giovane pescatore, un effluvio di amore e bellezza dedicato alla dea del suo cuore. Inoltre, c’è da osservare che queste sono persone laboriose, oneste e amanti della casa. E benchè sia consapevole che, dietro invito imperioso di Bilkins, è mio dovere cadere in ginocchio e adorare i Napoletani, ho l’ardire di affermare che preferisco di gran lunga i pescatori della mia stazione termale francese, specialmente dopo la mia visita a Napoli fatta quest’anno, in occasione della quale ho trovato solo quattro categorie di uomini in tutta la città, vale a dire: lazzaroni, preti, spie e soldati, ognuno dei quali chiedeva l’elemosina, dopo che il governo paternalistico aveva mandato in esilio tutti gli abitanti, ad eccezione dei furfanti. Ma nella mia mente la stazione balneare francese è unita alla figura del padrone di casa, il signor Loyal Devasseur, cittadino e consigliere comunale. Permettetemi di presentarlo.

   Il suo cognome è Loyal, ma dato che è sposato e che da queste parti
il marito aggiunge il cognome della moglie al proprio, egli si firma Loyal Devasseur. Egli è proprietario di una piccola tenuta di venti o trenta acri su una collina alta, sulla quale ha costruito due case di campagna, che affitta ammobiliate. Per molti aspetti, esse sono le migliori case in affitto vicino alla mia stazione termale francese. Dato che ho avuto l’onore di abitare in entrambe lo posso testimoniare. L’ingresso della prima è ornato da una pianta della proprietà, che la raffigura con delle dimensioni che sembrano essere il doppio dell’Irlanda, tanto che la prima volta che ho soggiornato in questa proprietà – come la chiama il signor Loyal ogni volta che si riferisce a lei – ho percorso tre miglia alla ricerca del ponte di Austerlitz, che, come ho scoperto dopo, si trovava appena fuori dalla finestra. E ho cercato per una settimana il Castello della Vecchia Guardia, in un’altra parte del fondo, posto, secondo la pianta, a circa due leghe dalla piccola sala da pranzo, fino a quando, una sera in cui ero seduto su una panca nella foresta (così definita nella mappa), a poche iarde dalla porta di casa, ho visto ai miei piedi proprio la Vecchia Guardia, ovvero l’effigie dipinta di un membro di quel glorioso corpo, alto sette piedi e nell’atto di portare le armi, che aveva avuto la sfortuna di essere abbattuto l’inverno precedente, ignominiosamente alla rovescia e danneggiato, con sfumature di verde. E’ chiaro che il signor Loyal è un devoto ammiratore del grande Napoleone.
Lui stesso è un vecchio soldato – capitano della Guardia Nazionale, con un bel vaso d’oro sulla mensola del camino, dono della sua compagnia – e il suo rispetto per la memoria dell’illustre generale è entusiastico. Medaglioni, ritratti, busti e dipinti sono sparpagliati in tutta la proprietà. Per me era una sventura se, nel mio mese di permanenza, urtavo uno scaffale in un angolo buio, facendolo cadere a terra con uno schianto. Ogni volta che aprivo una porta lo facevo vacillare sin nell’anima. Tuttavia il signor Loyal non è uomo da castelli in aria o in Spagna, come dice lui. E’ molto abile con le mani e con gli occhi, è pratico, progettuale, intelligente. Le sue case sono deliziose. Egli unisce in un modo suo particolare l’eleganza francese alla comodità inglese. Ha un talento e un gusto straordinari per creare piccole camere da letto negli angoli del sottotetto, che un inglese non penserebbe di utilizzare più di quanto non penserebbe di coltivare il deserto. Io stesso ho dormito bene in una stanza costruita dal signor Loyal, con la testa così vicina al comignolo della cucina quanto è possibile averla per un uomo che non sia uno spazzacamino. E il genio del signor Loyal costruisce infallibilmente un armadio e sistema una fila di pioli in ogni angolo strano. In entrambe le case avrei potuto mettere via gli zaini e appendere i cappelli di un intero reggimento di guardie.

   Un tempo il signor Loyal era un commerciante. E non si possono trattare affari con i negozianti della città o lasciare il proprio biglietto da visita con l’indirizzo del signor Loyal senza che i visi davanti a voi si illuminino. Dubito che ci sia, ci sia stato, ci sarà un uomo così universalmente bene accetto alle persone quanto il signor Loyal. Quando parlano di lui si fregano le mani e ridono. E’ un così bravo figliolo, un ragazzo coraggioso, uno spirito generoso quel signor Loyal! E’ la pura verità. Ha la natura di un gentiluomo. Coltiva la terra con le sue mani (assistito da un aiutante, che ogni tanto ha la luna di traverso), scava e vanga da mane a sera sudando profusamente, sempre al lavoro, come dice lui, ma la polvere, il fango, le erbacce, l’acqua e le macchie di cui è ricoperto non possono nascondere il gentiluomo che è in lui. Un uomo corpulento, dalle spalle larghe e il viso abbronzato, il cui portamento da soldato lo fa sembrare più alto di quanto non sia. Se lo si guarda negli occhi luminosi, quando sta di fronte nella sua camicia da lavoro e cappello, non particolarmente ben rasato e coperto di terra, si scoprirà nel signor Loyal un gentiluomo dal carattere gentile, la cui parola vale quanto una firma. Quando egli racconta in modo vivace il suo viaggio a Fulham, vicino a Londra, per comprare centinaia di piante per la sua Proprietà, che era allora una collina brulla e desolata, e la sua permanenza a Fulham per tre mesi, le sue serate conviviali con gli ortolani, il banchetto finale prima della sua partenza, con gli ortofrutticultori in piedi come un sol uomo, intenti, secondo l’usanza di Fulham, a far tintinnare i bicchieri e a gridare: “Viva Loyal!”, non ha torto.
Il signor Loyal ha una moglie deliziosa, ma non ha figli, perciò si dedica con piacere alla preparazione dei figli dei suoi affittuari, correndo e facendo qualsiasi cosa con loro o per loro, sempre con grande buon cuore. Ha un temperamento molto gioviale e la sua ospitalità è senza limiti. Alloggiate un soldato da lui e ne sarà deliziato. L’estate scorsa ha ospitato trentacinque militari, che in due giorni sono diventati grassi e con la faccia rubizza. E’ una leggenda fra le truppe acquartierate da lui e vissute nell’abbondanza. L’uomo fortunato che pescava il biglietto con il nome del ‘signor Loyal Devasseur’ faceva sempre un salto in aria, anche se era rigidamente inquadrato nei ranghi e in ordine di marcia. Il signor Loyal non approva nulla che sembri screditare la professione militare. Una volta abbiamo accennato a un dubbio sorto nella nostra mente sul fatto che un soldo al giorno per le piccole spese - tabacco, calze, bevande, bucato e altre cose materiali - non lasciasse un grande margine per i piaceri di un soldato. “Pardon! - ha detto il signor Loyal, trasalendo - Non è una fortuna, è vero, ma, à la bonne heure, è più di quanto fosse in passato!” In un’altra occasione gli abbiamo chiesto com’era possibile che quei contadini che vivevano nei dintorni in una sola stanza con tutta la famiglia alloggiassero un soldato una notte sì e una no e si occupassero di lui. “Fede. – rispondeva il signor Loyal, con riluttanza – Offrire un letto, un fuoco per cucinare e una candela, dividere la cena con quei soldati, che non è possibile lasciar mangiare da soli.” “E che indennità ricevono per questo?” abbiamo chiesto. Il signor Loyal ha raddrizzato la schiena, ha fatto un passo indietro, ha appoggiato la mano sul petto e ha detto solennemente, come se parlasse a nome suo e di tutta la Francia: “Ma signore, è un contributo per lo Stato!”

   Secondo il signor Loyal qui non piove mai. Quando è impossibile negare che stia piovendo a torrenti, egli dice che il tempo sarà bello, incantevole e magnifico domani. Afferma che nella Proprietà non fa mai caldo e allo stesso modo non fa mai freddo, mentre i fiori sbocciano contenti di crescere. E’ come il Paradiso, il Giardino dell’Eden.
Egli è un po’ fantasioso nel suo linguaggio e, quando la signora è assente perché è andata al vespro, egli osserva sorridendo che è andata a procurarsi la salute dell’anima, allée à son salut. Ama molto il tabacco, ma nulla potrebbe indurlo a fumare in presenza di una donna. La sua corta pipa nera finisce subito nel taschino, dove comincia a bruciare la tela del camiciotto e quasi vi appicca fuoco. Nel consiglio comunale e in occasione di cerimonie indossa un completo nero, con un largo panciotto e un colletto di proporzioni smisurate. Caro signor Loyal! Sotto alla camicia e al panciotto batte uno dei cuori più gentili di una nazione che pullula di cuori gentili. Tuttavia ha avuto delle perdite, nell’affrontare le quali egli ha rivelato il suo aspetto migliore. Una notte, a Fulham, ha subito la perdita dell’orientamento per colpa di un cattivo soggetto inglese, che, con la scusa di riaccompagnarlo a casa, lo ha portato a fare il giro dei pub aperti di notte, dove lo ha fatto bere a proprie spese, e alla fine se l’è squagliata lasciandolo come un naufrago a Cleefeeway, che, abbiamo scoperto dopo, è la Ratcliffe Highway. Ma ha anche patito perdite più gravi. Molto tempo fa, in una delle sue case erano stati abbandonati senza soldi e per un anno intero una donna e i suoi figli. Il signor Loyal, che è molto meno ricco di quanto gli augureremmo che fosse, non se la sentiva di dire loro: “Ve ne dovete andare”. Alla fine, quando è riuscito ad aiutarli a tornare a casa, egli ha dato un bacio a tutti dicendo: “Adieu, miei poveri bambini!”. Poi si è seduto nel salone deserto e ha fumato la pipa della pace. “Ma l’affitto, signor Loyal?” “Eh, l’affitto! – dice il signor Loyal scuotendo la testa - le bon Dieu mi ricompenserà.” Ride e fuma la pipa della pace. Che egli possa continuare a fumare per altri cinquant’anni nella sua Proprietà, senza ricompensa!

  Nella mia stazione termale francese ci sono divertimenti pubblici molto popolari ed economici, altrimenti non sarebbe francese. Il passatempo preferito di giorno sono i bagni di mare, visto che i turisti francesi si immergono continuamente e raramente restano in acqua per meno di un’ora per volta, estremamente a buon mercato. Gli omnibus portano da un punto convenuto della città fino alla spiaggia, dove c’è a disposizione una cabina comoda e pulita, il costume, la biancheria e tutte le attrezzature. Il costo per tutto quanto è mezzo franco o cinque penny. Di solito, sulla banchina c’è una chitarra, abbastanza presuntuosa da voler contrapporre il suo suono alla voce roca e profonda del mare, e c’è qualche ragazzo o ragazza che canta, senza voce, piccole canzoni senza melodia. Il motivo ascoltato più spesso è un appello ai cacciatori a non uccidere quell’eccellente selvaggina rappresentata dalle rondini. Io ho un abbonamento presso uno stabilimento balneare, sulla cui passeggiata le persone bighellonano con i telescopi e sembrano ottenere una grande quantità di noia in cambio dei soldi che spendono. C’è anche un’associazione di proprietari di questi strumenti raggruppati contro questo formidabile nemico. Il mio amico Féroce, uomo educato e gentile quanto il signor Loyal Devasseur, straordinariamente robusto e con un aspetto raggiante, è uno di loro. Egli ha salvato così tante persone dall’annegamento ed è stato decorato con così tante medaglie, che la sua robustezza sembra voluta dalla Provvidenza per permettergli di metterle in mostra. Se la sua circonferenza fosse stata quella di un uomo comune, non avrebbe mai potuto appenderle tutte insieme in una volta sola. Il signor Féroce esibisce le sue sfavillanti onoreficenze solo in speciali occasioni. Il resto del tempo, esse stanno una accanto all’altra in una vetrinetta vicino al sofà rosso, nel salone della sua residenza privata sulla spiaggia, insieme a rotoli di manoscritti che attestano le ragioni della loro assegnazione, alle fotografie di famiglia, ai suoi ritratti sulla spiaggia e nella vita privata, ad alcune barchette che si mettono ad ondeggiare quando gli si dà la carica e ad ad altri oggetti personali.

   C’è anche – o meglio, c’era, perché è andato a fuoco - un teatro spazioso e allegro, dove uno spettacolo di vaudeville precedeva sempre l’opera e nel quale tutti, compreso il vecchietto dal grande cappello, la piccola canna e il fiocco - un personaggio che mio papà e mio zio recitavano sempre - all’improvviso interrompevano il dialogo per cantare con voce dolcissima dei pezzi musicali, lasciando molto perplessi gli Inglesi, che, non essendo abituati, non riuscivano a capire quando si stesse cantando e quando si stesse parlando. In verità, era più o meno la stessa cosa. Ma gli organizzatori di pranzi e di intrattenimenti ai quali siamo più grati sono gli appartenenti alla Società delle Buone Azioni, attivi tutta l’estate per devolvere ai poveri gli incassi del loro lavoro. Alcune delle feste più piacevoli sono ‘Dedicate ai bambini’ e il gusto con cui i soci trasformano un piccolo spazio pubblico recintato in un elegante giardino meravigliosamente illuminato e la passione e l’energia con cui dirigono personalmente i divertimenti dei bambini, sono assolutamente deliziosi. In queste occasioni, con cinque penny a testa si assiste alle gare degli asini con fantini inglesi e ad altri sport rudi. Vi sono lotterie in cui si vincono giocattoli, giostre, balli sull’erba al suono di una banda ammirevole, vortici luminosi e fuochi artificiali. Inoltre, quasi tutte le settimane, in giorni diversi, c’è una festa popolare – che qui chiamano ducasse - in un villaggio vicino, i cui abitanti ballano sul tappeto erboso, attorno a una piccola orchestra, che sembra partecipare alle danze. C’è un grande movimento vivace di stendardi e di bandiere al vento. E pensiamo che fra la Zona Torrida e il Polo Nord non esistano dei danzatori con delle gambe così sciolte, così dotati di giunture nei punti sbagliati, del tutto sconosciuti al professor Owen, come questi. A volte, la festa è organizzata da una categoria di lavoratori. I sarti della vicina Ducasse e le modiste, giovani donne allegre, che hanno una sana conoscenza dell’arte di apportare delle modifiche, trasformano con buonsenso e buon gusto delle cose comuni e a buon mercato in cose graziose ed insolite. Questa è una lezione pratica per ogni classe sociale di un’isola di cui potremmo fare il nome. L’attrattiva più strana è rappresentata dalla giostra dei cavallini di legno sui quali degli adulti di ogni età girano con grande solennità, mentre la moglie del proprietario aziona un organetto, che suona in una sola tonalità media.

 Le pensioni della stazione termale francese sono legioni e richiederebbero un trattato a parte. Non è senza un senso di orgoglio nazionale che ritengo che esse contengano più persone noiose provenienti dalla terra di Albione di tutti i club di Londra. Mentre si cammina timidamente nel loro quartiere, dalle pietre delle strade i colletti e i cappelli dei compatrioti più anziani gridano: “Siamo noiosi, evitateci!” Agli angoli delle strade non ho mai sentito dei frammenti di discussioni politiche e sociali così folli come fra i miei cari concittadini. Essi credono in tutte le cose impossibili e in nessuna che sia vera, spargono voci, fanno domande, si correggono, propongono l’un l’altro delle migliorie e gettano fra lo sconcerto il prossimo. Si precipitano in continuazione nella biblioteca inglese, proponendo alla gentile direttrice delle questioni paradossali e incomprensibili, e per questo prego di raccomandarla alla considerazione benevola di sua Maestà come persona idonea a ricevere una pensione.
Gli Inglesi formano una parte considerevole della popolazione della stazione termale francese e sono giustamente considerati e rispettati, anche se alcuni modi di rivolgersi a loro sono abbastanza strani. Una lavandaia, ad esempio, ha messo davanti alla casa un cartellone in cui annuncia di essere in possesso del curioso apparecchio britannico detto ‘miscelatore’, mentre un taverniere ospita nel suo locale il celebre gioco inglese chiamato nokemdon. Un aspetto sommamente piacevole della stazione termale è che la lunga e costante fusione delle due grandi nazioni ha insegnato ad entrambi ad amarsi a vicenda, ad imparare gli uni dagli altri, a mostrarsi superiori ai pregiudizi assurdi che resistono nelle persone deboli e ignoranti dei due paesi.

   Nella stazione termale francese il suono delle trombe e il rullo dei tamburi vanno avanti senza interruzione e anche lo sventolio delle bandiere è continuo. Ammetto con gioia di considerare la bandiera un oggetto molto bello e questi segni esteriori di innocente vivacità mi stanno a cuore. Gli abitanti delle città e delle campagne lavorano sodo; sono sobri, moderati, bonari, spensierati, straordinari per il loro modo di fare affascinante. Solo pochi individui eccessivamente biliosi riuscirebbero a non rispettarne il carattere, così facilmente, innocuamente e con tanta facilità soddisfatto.



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