Note Americane - Louisville - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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Siamo partiti da Cincinnati alle undici di mattina per imbarcarci sul piroscafo Pike con destinazione Louisville. Questo battello trasportava la posta ed era di una classe superiore a quello con cui eravamo venuti da Pittsburg. Poiché il viaggio non richiedeva più di dodici o tredici ore, abbiamo preso provvedimenti per passare la notte a terra, non desiderando affatto dormire in cabina quando potevamo farlo altrove.
Non c’era niente di particolarmente interessante nel paesaggio che abbiamo attraversato nel corso di questa giornata di viaggio. Siamo arrivati a Louisville a mezzanotte e abbiamo pernottato al Galt House, uno splendido hotel dove eravamo alloggiati come avremmo potuto esserlo a Parigi, invece che a centinaia di miglia al di là degli Alleghany.
Poiché la città non offriva nulla per cui valesse la pena di fermarsi, abbiamo deciso di partire l’indomani a bordo di un altro battello a vapore, il Fulton, su cui siamo saliti intorno a mezzogiorno, dopo aver raggiunto il sobborgo di Portland, dove la nostra marcia è stata un po’ rallentata dal superamento di un canale.
Nell’intervallo dopo il pranzo abbiamo fatto una passeggiata a cavallo attraverso la città, che è piacevole e armoniosa. Le vie si incrociano ad angolo retto e sono fiancheggiate da giovani alberi. Gli edifici sono anneriti dal fumo a causa dell’uso del carbon fossile grasso, ma gli inglesi sono abituati a questo genere di cose e sono poco inclini a lagnarsene. Non sembrava esserci una grande attività in giro e molti edifici e rinnovamenti erano stati lasciati incompleti. Questo sembrava indicare che, dopo una crescita molto veloce, sotto la spinta dell’idea di “andare avanti”, la città pativa il contraccolpo di una forzatura febbrile delle sue risorse.
Qui come altrove in questo paese, le strade formicolavano di maiali di tutte le età, sdraiati in ogni angolo a dormire o grufolanti alla ricerca di leccornie nascoste. Ho sempre avuto un segreta benevolenza per questi animali singolari e l’osservazione del loro comportamento è sempre stata per me, a differenza dei miei simili, una fonte costante di divertimento.  

   Abbiamo trovato il battello in attesa sul canale, pronto ad iniziare la lenta manovra di passaggio attraverso le chiuse. Siamo saliti a bordo, dove abbiamo avuto la visita di un gigante del Kentucky di nome Portes, alto un metro e trenta senza scarpe. Pochi minuti dopo eravamo giunti alla fine del canale e navigavamo di nuovo sul fiume Ohio.
La sistemazione a bordo del Fulton era simile a quella del Messenger e anche i passeggeri erano dello stesso genere. Mangiavamo gli stessi tipi di carne alla stessa ora, nello stesso modo monotono e con le stesse regole. I viaggiatori sembravano oppressi dalla stessa tremenda reticenza e avevano una capacità minima di godimento e di allegria. Non avevo mai visto una simile apatia al momento dei pasti. A pensarci, ho il cuore pesante ancora adesso e mi sento infelice. Mentre ero nella mia piccola stanza a leggere e scrivere paventavo l’avvicinarsi dell’ora in cui ci saremmo ritrovati tutti attorno al tavolo, una penitenza da cui non vedevo l’ora di fuggire. L’allegria e il buonumore sono componenti essenziali di un banchetto e, se mancano, preferisco mangiare una crosta di pane inzuppato nell’acqua della fontana in compagnia dell’attore girovago di Sage. Ci proverei più gusto che a togliermi la fame e la sete solo per necessità, vuotando la mangiatoia Yahoo il più presto possibile e sgattaiolando via imbronciato, come facevano i miei compagni di viaggio. Se questa funzione sacra è spogliata di tutto ed è ridotta alla pura soddisfazione di un bisogno naturale, allora mando giù il cibo controvoglia. Il ricordo di quei festini funebri mi toglierà il sonno per il resto della vita.
Una certa consolazione ci veniva dalla moglie del capitano. Era una donna allegra e vivace, come alcune passeggere sedute al tavolo vicino a noi, ma la loro gaiezza non bastava a neutralizzare l’influenza deprimente dell’intero gruppo. La tetraggine di quella compagnia era talmente forte e magnetica che avrebbe demoralizzato anche l’individuo più faceto della terra. Uno scherzo sembrava un delitto, un sorriso si trasformava in un sogghigno mostruoso.  

   All’approssimarsi della confluenza dell’Ohio e del Mississippi, il paesaggio non aveva un effetto incoraggiante. Gli alberi erano striminziti, le sponde erano basse e piatte, gli edifici e le capanne di tronchi erano rari, gli abitanti erano più tristi e miserabili di quelli che avevamo incontrato fino ad allora. Non c’erano canti di uccelli nell’aria, non c’erano profumi gradevoli e non c’era l’alternanza di luci e di ombre causate dal veloce passaggio delle nubi. Ora dopo ora, lo sfavillio impassibile e bruciante del cielo illuminava uno spettacolo monotono. E il fiume scorreva pigramente e lentamente, come il fluire del tempo.
La mattina del terzo giorno siamo arrivati in un luogo talmente desolato che, al confronto, i posti che avevamo attraversato fino ad allora erano pieni di anumazione. Alla confluenza di due corsi d’acqua, su di una terra così bassa, piatta e paludosa da essere allagata fino al tetto delle case in certi periodi dell’anno, si stendeva un focolaio di febbri, di malattie e di morte. In Inghilterra, questo posto era presentato come una miniera di magnifiche speranze, e, per somma sfortuna, molte persone si erano fidate di questa descrizione falsa ed erano andate incontro alla rovina. Un lugubre pantano, nel quale marcivano delle case non finite, disboscato qua e là per alcune iarde, poi invaso da una vegetazione abbondante e malsana, all’ombra sinistra della quale i malcapitati che si sono lasciati attirare qui languivano, morivano e ci lasciavano le ossa. Di fronte, l’odioso Mississippi che devia verso sud con il suo andamento sinuoso e turbolento, mostro viscido, orribile a vedersi… ecco il luogo, l’humus su cui fiorisce la malattia, l’orrendo sepolcro, la tomba che nessuna luce di speranza viene ad allietare, il luogo che nessuna qualità della terra, dell’aria o dell’acqua compensa: questo è l’orribile Cairo.

   Quali parole saprebbero descrivere il Mississippi, il padre dei fiumi, che, grazie al cielo, non ha dei figli comparabili a lui! Un enorme canale di scolo, largo a volte due o tre miglia, che trasporta il suo fango liquido alla velocità di sei miglia all’ora; un corso rapido e schiumante ostacolato e ostruito da ceppi e da alberi interi, che a volte si intrecciano come per formare delle grosse zattere, dagli interstizi delle quali sale pigramente un schiuma giallastra che rimane a galleggiare sull’acqua; un alveo in cui sfilano dei corpi simili a mostri, le cui radici sono a volte aggrovigliate come tante zazzere, a volte scivolano come gigantesche sanguisughe, a volte roteano nel vortice di qualche piccolo ristagno d’acqua come serpenti feriti. Le rive basse, gli alberi stentati, le paludi rigurgitanti di rane, le abitazioni miserabili rare e isolate, i loro occupanti smunti e lividi, il clima molto caldo, le zanzare che penetrano in tutte le crepe e le fessure del battello, il fango e la melma su ogni cosa: non vi è nulla di piacevole, ad eccezione dei lampi innocui che guizzano ogni sera sul nero orizzonte.
Per due giorni abbiamo risalito faticosamente questo fiume insalubre, urtando costantemente contro i tronchi alla deriva, o fermandoci per evitare quei fusti invisibili che affondano le loro radici al di sotto del livello di magra e che rappresentano gli ostacoli più pericolosi. Nelle notti buie, l’uomo di guardia riconosceva dalle increspature dell’acqua l’avvicinarsi di un ostacolo di una certa dimensione e azionava una campana, che segnalava di fermare le macchine. Di notte, questa campana lavorava molto e il suo tintinnio era sempre seguito da un rumore sordo che non invitava a restare a letto.

I finire del giorno era splendido. Il firmamento si tingeva profondamente di rosso e di oro fino allo zenit e, mentre il sole scendeva dietro la riva, il più piccolo filo d’erba diventava visibile quanto le nervature di una foglia. Sull’acqua, le piccole onde dai riflessi rosso e oro diventavano sempre più indistinte, come se anch’esse si inabissassero e, a poco a poco, i colori vivaci del giorno che finiva sbiadivano davanti alla notte. Il paesaggio diventava cento volte più solitario e desolato di prima e il nostro umore si incupiva in conformità.
Per tutto il tempo della navigazione, abbiamo bevuto l’acqua limacciosa del fiume, che le persone del posto consideravano potabile e che era un po’ più opaca di una brodaglia. Ho visto dell’acqua come quella nei serbatoi dei laboratori di filtraggio, ma da nessun’altra parte.  

   La sera del quarto giorno dalla partenza da Louisville, siamo arrivati a Saint Louis. Ecco le luci della città, ecco la banchina da sbarco, ecco la passerella. Il battello non si era ancora fermato che una gran massa di gente si precipitava a bordo. Siamo scesi in un grande hotel denominato Planter’s House, costruito come un ospedale inglese, con dei lunghi corridoi, delle pareti nude e dei telai d’aerazione sopra alle porte delle camere. C’erano molti ospiti al nostro arrivo e dalle finestre si riversava così tanta luce sulla strada che lo si sarebbe creduto illuminato per un’occasione speciale. Era una casa meravigliosa e i suoi proprietari avevano un’idea alta del benessere da offrire alla loro clientela. Un giorno in cui pranzavo in camera con mia moglie, ho contato sulla tavola quattordici pietanze diverse.  
Nell’antico quartiere francese della città, le strade erano strette e tortuose e alcune case, molto pittoresche e stravaganti, erano fatte di legno. Alle verande, piuttosto in rovina, si accedeva direttamente dalla strada attraverso scalinate che somigliavano a scale a pioli. Nel quartiere c’erano delle minuscole e insolite botteghe da barbiere e delle bottiglierie, insieme a un gran numero di vecchi immobili scalcinati, provvisti di finestre a battenti, come se ne vedono nelle Fiandre. Alcune di queste vecchie abitazioni avevano le finestre del timpano sporgenti sul tetto, che contraffacevano una specie di alzata di spalle alla francese e sembravano anche tenere la testa di lato, come se facessero una smorfia di stupore davanti al Progresso Americano.
E’ inutile dire che questo progresso consisteva in pontili, magazzini e edifici nuovi di ogni tipo, insieme a un gran numero di progetti ambiziosi che “stavano ancora progredendo”. Nel frattempo, erano in via di completamento alcune case molto belle, delle grandi arterie e dei negozi con la facciata di marmo. C’è motivo di pensare che fra qualche anno la città sarà molto migliorata, anche se, per bellezza ed eleganza, essa non potrà mai rivaleggiare con Cincinnati.
Predominava la religione cattolica, introdotta dai primi coloni francesi. Fra le istituzioni pubbliche figuravano un collegio dei Gesuiti, un convento delle Suore del Sacro Cuore, e una grande cappella attigua al collegio, che era in corso di costruzione al tempo della mia visita e doveva esser consacrata il 2 dicembre dell’anno successivo. Il suo architetto era uno dei sacerdoti della scuola e i lavori erano condotti sotto alla sua sola direzione. L’organo era stato fatto arrivare dal Belgio.
Oltre a questi edifici, c’era una cattedrale cattolica dedicata a San Francesco Saverio, e un ospedale, fondato grazie alla munificenza di un parrocchiano oggi deceduto. La chiesa mandava dei missionari presso le tribù indiane.  
In questa località isolata, come nella maggior parte delle altre regioni d’America, la chiesa unitaria è rappresentata da un uomo di grande valore. I poveri avevano buone ragioni di esserle riconoscenti, perché essa era loro amica e sosteneva la causa di un’educazione razionale, senza egoismi né settarismi. Essa faceva mostra, in tutte le sue iniziative di larghezza di vedute, di mansuetudine e di benevolenza.
La città contava già tre scuole gratuite. Un quarto istituto, in corso di costruzione, avrebbe aperto di lì a poco.
Nessuno ammette il carattere malsano del posto in cui abita (a meno che non stia per lasciarlo), e so bene che mi troverò in disaccordo con gli abitanti di Saint Louis mettendo in discussione la salubrità del suo clima e lasciando intendere che esso predispone alle febbri in estate e in autunno. Aggiungo solamente che la città è circondata da grandi corsi d’acqua e da ampie distese paludose non prosciugate, che fa molto caldo, poi lascio al lettore il compito di farsi una propria opinione.



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