Sognando in treno - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

Vai ai contenuti



Quand’è stata l’ultima volta che ho passato l’inverno in Francia, senza contare le ore trascorse nell’umido e ventoso tragitto tra la Francia e l’Inghilterra? E in quale autunno e primavera guardavo dal mio balcone gli alberi gialli e brulli degli Champs-Elisées, che erano di un bel verde tenero e brillante quando li ho contemplati per l’ultima volta in
una bella mattina di maggio?
   Non so dirlo. Quando sono in treno non sono mai sicuro del tempo e del luogo. Non riesco a leggere, né a pensare, né a dormire – posso solo sognare, mentre la carrozza ferroviaria procede sferragliando, in una condizione di lussuosa confusione. Sono sicuro che sto andando da qualche parte e che alla fine arriverò in qualche posto. Non cerco di saperne di più. Sono incapace di comprendere perché le cose arrivano alla mia mente e volano via di nuovo, da dove arrivano e perché arrivano, dove vanno e perché vanno. Sono incapace di decidere. Forse è colpa del capotreno o della compagnia ferroviaria, in ogni caso non è affar mio. Non so nulla di me e, per quel che ne so, potrei anche essere diretto sulla Luna.
       Se sono stato sulla Luna, che popolo straordinario sono questi Lunari per come siedono all’aperto! Li ho visti, alla minima apparizione di un raggio di sole, strofinare via la brina dalle panchine pubbliche e sedersi a goderselo. Li ho visti, dopo che aveva appena smesso di piovere dopo quarantott’ore, sedersi in mezzo all’acqua e al fango e mettersi a chiacchierare. Li ho visti sdraiarsi sui sedili di ferro ai bordi delle strade, mentre le loro barbe erano quasi spazzate via dal vento dell’est. Li ho visti fumare e bere birra tutta la sera senza proteggersi dal piovasco nero, salvo che con un telone inzuppato sulla testa e un po’ di sabbia sotto i piedi. E i bambini dei Lunari. Cielo, che razza straordinaria! Fuori del Café de la Lune ho contato settantun innocenti, con governanti e sedie, in un tempo che avrebbe fatto felice il re Erode. Ne ho visti trentanove rifocillarsi sotto gli ombrelli. Ne ho visti ventitrè saltare con la corda dentro a tre pollici di fango. A tre anni i bambini lunari diventano adulti. A quest’età frequentano già i caffè e sono dei consumatori abituali di tartufi. Cenano alle 6. Minestra, pesce, due antipasti, un contorno di verdure, un piatto freddo, paté di fegato d’oca, un arrosto, un’insalata, un dolce, una pesca sciroppata o un altro dessert, che, insieme a un aperitivo accompagnato da sardine, ravanelli e salsicce di Lione, formano il loro pasto frugale. Fanno colazione alle undici, con una bistecca in salsa Madeira, un rognone intinto nello champagne, un dolce con l’uvetta, un piatto di patatine fritte e un bicchiere o due di salutare Bordeaux. In un locale pubblico ho visto una bambina di cinque anni, ormai in età da marito, accompagnata dagli amabili genitori, con un berretto da adulta e le crinoline, terminare con il caffè un pasto che avrebbe fatto finire fra le mani dell’impresario di pompe funebri un bambino di qualsiasi altra nazione. A un party fra amici, ero seduto vicino a un bambino lunare, che ha mangiato otto pietanze, oltre al gelato e alla frutta, e, selvaggiamente stimolato dalle salse, nei momenti di riposo brandiva il suo cucchiaio attorno alla testa come in un quadro.

    La Borsa lunare è uno strano spettacolo. I Lunari di ogni classe sociale giocano selvaggiamente e in modo frenetico, un modo che ha poche analogie con altre forme o categorie di gioco. Ogni giorno i gradini della Borsa lunare sono gremiti di gente accaldata, una folla che è simbolo del gioco disperato che coinvolge la City e i cui giocatori lasciano sbalorditi. Non mi stupisco dunque a leggere tutti i giorni sui giornali lunari che un certo Porter è uscito di casa di corsa per andare a buttarsi nel fiume a causa delle perdite in Borsa o che un Tizio ha derubato un altro per procurarsi i fondi da investire. Ogni giorno sugli Champs-Elysées c’è una folla di cavalieri con le tasche piene di carte e di assegni a cavallo di purosangue e una fila di carrozze di gusto raffinato rivestite di velluto rosso, con i finimenti di cuoio bianco; essi nutrono i purosangue di carta, poi li mettono a dormire sui tabelloni; fanno la bella vita ed esibiscono una grande prosperità e prodigalità, mentre le carte continuano a essere mischiate e gli affari continuano a girare.
Quasi tutti i giorni ho visto uno spettacolo curioso nello stesso posto. Un bambino grazioso alla finestra salutava con la mano una fila di carrozze aperte, scortate dai lacchè in uniforme verde e oro, ma nessuno rispondeva alle sue acclamazioni. In quella circostanza ho visto gli occupanti delle carrozze porgere ossequi casuali, le persone a piedi mostrare curiosità, gli stranieri manifestare adulazione, ma ho visto solo fiotti di indifferenza verso il bambino. In sei mesi, nessuna mano o nessuna voce ha risposto al suo saluto.
Molto tempo fa, sono stato un bambino solitario, anche se oggi non sono un uomo solitario. La capitale lunare è un posto ideale per uomini solitari. L’ho sperimentato in prima persona, dopo essermi condannato, per il mio scopo, a una libertà solitaria. A volte mi piace fingere di essere senza compagna e senza figli e chiedermi se mi farebbe piacere trovare qualcuno che mi inviti a cena, invece di vivere nel terrore di accettare, per debolezza, degli impegni che non ho alcuna voglia di prendere. Perciò, sono andato da solo in molti ristoranti. Mi hanno guardato tutti come un tipo di persona sfortunata. Un padre di famiglia, che occupava il tavolo di fianco al mio, con due figli piccoli dalle gambe difficili da controllare nello stretto spazio - non c’era mai la gamba giusta al posto giusto - all’inizio mi ha guardato con invidia.

    Quando i bambini hanno gonfiato se stessi indecorosamente con l’acqua seltzer, ho visto la sconfitta e la vergogna sul suo sopracciglio lunare. Io stavo maestosamente seduto usando il mio stuzzicadenti e affermando in silenzio la mia superiorità simulata ed è stato bello vedere come quella famiglia lunare mi abbia conquistato sulla lunga distanza. Non avevo la faccia rossa come la sua per la carne e il vino e non ero entusiasta come lui per il piacere di mangiare. Non ho mai dimenticato le gambe dei ragazzi, che quell’anima lunare aveva presto scordato. E quando, alla fine, sotto l’effetto della cena, i due ragazzi hanno tirato il panciotto del Lunare (implorandolo, ho pensato, di portarli nella casa-giocattolo due porte più in là) sono rimpicciolito sotto il suo sguardo.
Finita la cena e pagato il conto – nella Capitale Lunare si chiama l’addition – continuando a fingere di essere solo, andavo a prendere il caffè e un sigaro in un altro edificio, destinato a questo piacevole scopo. I Lunari sono degni della nostra imitazione per quanto riguarda le usanze in vigore in di questi edifici. A meno di essere proprio incontentabile, non ho mai dovuto andare più lontano di una dozzina di case. Una sera di primavera, bighellonando dopo l’uscita dal ristorante, sono entrato a caso in uno di questi locali. La strada su cui si trovava non era grande quanto lo Strand di Londra, le case non erano più imponenti né più belle e il clima, nostro capro espiatorio, era stato per mesi umido, freddo e scuro. Il luogo in cui sono entrato era come un negozio dello Strand, a cui fosse stata asportata la facciata. All’interno era lucidato, dipinto e tappezzato in modo grazioso, decorato con specchi e lampadari di vetro a gas; ammobiliato con piccoli tavoli rotondi, sgabelli e panche color cremisi. Due eleganti cesti di fiori su piedestalli – al costo di quattro pence la settimana – lo rendevano di grande buongusto. Nella parte interna c’era un pavimento rialzato, un po’ come nei retrobottega dello Strand, con lo spazio separato da vetrate, per coloro che preferivano leggere il giornale o giocare a domino in un’atmosfera libera dal fumo. Là sulla sua tribuna sedeva la Signora della Cassa, circondata da zollette di zucchero e piccole coppe di ponce. L’ho salutata toccandomi il cappello e lei ha risposto con grazia. È venuto avanti un amabile cameriere, scrupolosamente pulito, vivace, premuroso, onesto: un uomo molto gentile, che si aspettava che io lo fossi altrettanto, non intimorito, anche se io non avevo nessuna intenzione di incutergli timore.

   Dietro mia richiesta, mi ha portato una tazza di caffè e un sigaro e, di sua iniziativa, una piccola caraffa di brandy e un bicchierino da liquore. Mi ha dato un fiammifero e mi ha lasciato al mio piacere. Mentre ero seduto a fumare, la strada è diventata un palcoscenico, con una processione infinita di attori che andavano e venivano. Donne con bambini, carretti, carrozze, uomini a cavallo, soldati, portatori d’acqua con i secchi, gruppi familiari, damerini in ozio, famiglie accaldate in ritardo per lo spettacolo, muratori al termine della giornata di lavoro nell’edificio vicino in vena di scherzi, due innamorati, altri soldati, giovani commesse eleganti, con scatoloni piatti da portare ai clienti, un venditore di bibite fresche, con le bevande sulla schiena e i bicchieri sul davanti a formare un panciotto, ragazzi, cani, ancora soldati, cavalieri diretti al circo, con guanti gialli da bambino, altre famiglie, raccoglitori di immondizia, con sacchi sulla schiena e bastoni con i ganci in mano, altre giovani donne eleganti, altri soldati. Il gas è cominciato ad arrivare nelle strade e quando il mio dinamico cameriere ha acceso le lampade nella stanza, sono stato avvolto in una luce da reliquiario, come un idolo in un tempio sfavillante. È entrata una famiglia con il padre, la madre e un bambino piccolo. Sono entrate due vecchie signore dal collo corto che intascheranno lo zucchero avanzato, e io prevedo che con loro il locale non farà grandi profitti. È entrato un operaio in abito da lavoro, che ha ordinato la solita piccola bottiglia di birra e ha acceso la pipa. È divertente star seduti a guardare il passaggio fuori e lo è altrettanto, dal di fuori, stare a guardare noi. Per me, per la famiglia che è entrata, per le vecchie signore, per l’operaio è bello che ci sia questo senso di comunione con la vita della città a tutti i livelli, ci evita di diventare biliosi stando chiusi in orribili buchi o di diventare diffidenti e di cattivo umore in luoghi solitari. Anche se non pronunciassi una parola in tutta la vita con le persone che vedo né loro con me, in questo momento ci scambiamo benessere in modo franco e aperto, senza chiuderci in un recinto  e starcene al di fuori. Stiamo sviluppando l’abitudine di considerarci reciprocamente e l’istituzione del caffè, dove pago 10 pence per il mio godimento, è parte di questo sistema civile, che assicura alle persone comuni il proprio posto nei luoghi pubblici e a un marchese di conservare per tutta la sera il suo palco all’Opera.

   Molte cose dei Lunari potrebbero essere migliorate o imparate da noi. Ma essi possono insegnare a noi, che crediamo di essere nati con questa conoscenza istintiva, come tenere in ordine le nostre strade ornamentali con spazzole dure, spugne, sapone e cloruro di calce. E riguardo alla questione dell’amabilità fra le mura di casa, non metterei a confronto la mia residenza con la casa inglese più modesta, anche se sotto l’influsso del carbone di torba. C’è uno spettacolo strano, che sono andato a vedere molte volte negli ultimi dodici anni, che nella capitale lunare non è così ben organizzato come Londra, anche se in questa città i coroner tengono i loro orribili tribunali nei pub, un’usanza che, lo so, è uno dei bastioni della costituzione britannica.
   Mi riferisco alla Morgue lunare, dove i corpi delle persone morte senza identità sono esposti alla vista di chi vi si reca. I cadaveri giacciono su piani inclinati dietro a una grande vetrata, come se Holbein decidesse di rappresentare la morte, nella sua danza macabra, nella figura di una negoziante di stoffe di Regent Street o di un Boulevard nell’atto di esporre la sua merce. Forse non tutti hanno avuto modo di notare, come ho fatto io, le curiose caratteristiche del luogo. Il custode sembra essere un appassionato di uccelli. Quando il tempo è bello c’è sempre una gabbia fuori dalla finestra, con qualcosa all’interno che canta, come doveva avvenire migliaia di anni fa, prima della morte del primo uomo sulla terra. La mattina il posto è soleggiato ed è scelto dai saltimbanchi per la presenza di un mercato e per il fatto che si trova sul percorso per la cattedrale. Io vi ho sempre incontrato il clown Paillasse che reggeva una pagliuzza o un coltello in equilibrio sul naso ed era talmente concentrato nell’esercizio da entrare, indietreggiando, quasi nel vano della porta. I gufi sapienti provocavano grandi risate e il cane ammaestrato, con una giacca rossa, entrava a sbirciare durante l’intervallo, mentre io contemplavo i cinque cadaveri, uno dei quali aveva un foro di pallottola nella tempia. In un’altra occasione, un bel giovane giaceva al centro della vetrata e la pressione delle persone dietro di me rendeva difficoltosa l’uscita. Quando mi sono spostato per fare spazio all’uomo che stava alla mia destra, lui è scivolato al mio posto con l’attenzione così concentrata sulla persona morta da non sembrare consapevole del cambiamento avvenuto. Non ho mai visto un’espressione come quella e mi ha colpito talmente da restare a lungo nel mio ricordo. Era un uomo di 22 o 23 anni dall’espressione malvagia, che con la mano sinistra stringeva un’estremità infangata della cravatta, che teneva in bocca, mentre con la destra si frugava il petto. La testa era leggermente inclinata e gli occhi fissi sul giovane. “Ora, se io infliggessi un colpo d’accetta sulla nuca al mio rivale o se lo facessi cadere nel fiume di notte, avrebbe proprio lo stesso aspetto.” Ho idea che, quando è uscito, sia andato a farlo, glielo si leggeva chiaramente in faccia.

   È bello osservare le persone che entrano. Donne sposate, con la sporta, piene di allegria, che passano prima di andare a fare la spesa o subito dopo esserci andate, bambini in braccio alle mamme che fanno segno con le loro piccole dita, ragazze, ragazzi in cerca di prede, gruppi di lavoratori, soldati e tanti altri. Novantanove volte su cento, chiunque scrutasse l’espressione sui volti di chi esce, non potrebbe farsi un’idea di dove sono stati. Io che li ho studiati attentamente posso affermarlo con certezza.
   Non ho mai provato una sensazione più strana di quando, entrando in quel lugubre edificio, ho trovato il custode da solo, che si muoveva fra i cadaveri. Prima, non avevo mai visto delle creature viventi muoversi in mezzo ai corpi e la cosa curiosa era che lui sembrava più spaventoso e insopportabile di quelle persone morte stecchite. Nella luce forte che scendeva dall’alto, in quel locale freddo e umido, ho avuto l’impressione, dopo il primo sussulto, che i morti si stessero alzando! È stata l’impressione di un momento; ma la sua presenza appariva incongrua anche dopo che se n’era andato. Tutto in lui aveva l’aria di una biblioteca di libri misteriosi su cui posare gli occhi! Ai pioli, ai ganci, alle aste erano appesi per un certo tempo i vestiti dei morti sepolti senza essere identificati. Per la maggior parte erano stati tolti alle persone trovate in acqua, ed erano gonfi e senza forma, come le persone. Non è possibile vedere altrove degli stivali così orrendi, con le punte piegate in su e la sabbia e la ghiaia attaccate alle suole; dei lunghi fazzoletti da collo così flosci, che hanno conservato la piega della strizzatura; degli abiti fangosi con gli sbuffi; dei cappelli e dei berretti deformati dai colpi contro i pali e i ponti; degli stracci così spaventosi. Di chi è il ricamo che orna quella blusa dignitosa? Chi ha cucito quella camicia? L’uomo che la indossava si è mai fermato davanti a questa vetrata chiedendosi, come io mi chiedo ora, quali altri dormienti saranno portati su questi letti e se capiterà mai a lui stesso di giacere qui?

   Londra! Signori, tenete pronti i biglietti, per favore! La carrozza sta aspettando. Questo mi fa venire in mente quanto sia migliore l’organizzazione del trasporto pubblico nella capitale dei Lunari! Realizzata attraverso la Centralizzazione! Perciò, cari signori, ben venga anche da noi la Centralizzazione! È una parola lunga, ma io non ho paura delle parole lunghe quando esse corrispondono a cose efficienti. Anche Circonlocuzione è una parola lunga, ma che corrisponde all’inefficienza; inefficienza in tutto, dalla vettura di lusso fino alla mia vettura a cavalli da nolo.          



Torna ai contenuti