Viaggiando all'estero - Charles Dickens. In America con Dickens - di Graziella Martina

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Sono salito sulla vettura - costruita in Germania, spaziosa, pesante e, come tutte quelle fabbricate in Germania, non verniciata – ho tirato su gli scalini dietro di me, mi sono chiuso dentro sbattendo la porta e ho pronunciato la frase: “Andiamo!”
All’improvviso, hanno cominciato a scorrermi davanti agli occhi i quartieri occidentali e sudoccidentali di Londra, a un ritmo così veloce che, prima ancora di aver avuto il tempo di guardarmi intorno con calma ero già sul fiume, oltre la Old Kent Road, verso Blackheath e su per Shooter’s Hill.
Sul tetto c’erano due ampie Imperiali, davanti e dietro altri depositi destinati ad accogliere il bagaglio; sopra la testa c’era una rete per i libri e grosse tasche sotto le finestre. Sul retro della vettura era fissata una lampada di cuoio, nel caso fossimo stati sorpresi dalle tenebre. Ero ampiamente provvisto sotto ogni aspetto. Non avevo idea di dove stessi andando - cosa che trovavo deliziosa – eccetto che stavo andando all’estero.
 
La strada era liscia, i cavalli erano freschi, andavamo veloci ed eravamo a metà strada fra Gravesend e Rochester, nel punto in cui il fiume diventava più ampio e trasportava le navi con le vele bianche o nere di fumo dirette al mare, quando ho notato un bambino molto strano sul bordo della strada.
“Ohilà! - ho detto allo strano bambino - dove abiti?”
“A Chatham” ha risposto.
“Che cosa fai qui?” chiedo.
“Vado a scuola.” risponde.
In un attimo l’ho tirato su e abbiamo proseguito. Subito, lo strano ragazzo ha detto: “Stiamo raggiungendo Gad’s Hill, dove Falstaff veniva a derubare i viaggiatori e poi fuggiva.”
“Tu conosci Falstaff, allora?”
“So tutto di lui. – ha detto lo strano ragazzo - Ho nove anni, sono vecchio e leggo ogni sorta di libri. Ma, ti prego, fermiamoci in cima alla collina e osserviamo quella casa lassù.”
“Ti piace?” ho chiesto.
“Perbacco, signore – ha detto lo strano ragazzo – quando non avevo che la metà degli anni che ho adesso, per me era una festa quando mi portavano a vederla. Adesso che ho nove anni, ci vengo da solo a guardarla. E da quando ho memoria mio padre, vedendo che stravedevo per lei mi diceva spesso: ‘Se sarai perseverante e lavorerai sodo, un giorno ti potrebbe capitare di venirci a vivere.’ Questo, tuttavia, è impossibile!” ha detto lo strano ragazzo, tirando un sospiro profondo e fissando la casa attraverso le finestre con gli occhi sgranati e con tutto il suo vigore.

   Ero sorpreso da quello che diceva il giovinetto, perché si dà il caso che quella casa fosse la mia e avevo ragione di credere che quello che aveva detto fosse vero.
Bene! Non mi sono fermato, ma ho fatto scendere lo strano fanciullo e ho proseguito. Sulla strada su cui avevano marciato gli antichi Romani, sulla strada su cui erano passati i pellegrini di Canterbury, sulla strada in cui un tempo passavano scampanellando i convogli di vecchi preti autoritari e di principi a cavallo provenienti dal continente, attraverso l’acqua e il fango, sulla strada dove Shakespeare canticchiava a se stesso: “Soffia, soffia, vento d’inverno” mentre passava a cavallo accanto al cancello della locanda, in mezzo ai ciliegi, ai meli, ai campi di cereali e alle coltivazioni di luppolo sono passato io, da Canterbury a Dover. La notte si udiva rumoreggiare il mare e si vedeva apparire all’improvviso la luce roteante del faro francese di Capo Grinez, che poi diventava scura, come se ogni mezzo minuto vi si frapponesse la testa di un gigantesco custode in uno stato mentale ansioso, a controllare se fosse acceso.
La mattina presto ero sul ponte della nave postale, prima di dirigermi verso il bar. Quando sono arrivato dall’altra parte, dopo aver superato la Dogana, e ho cominciato a sollevare la polvere delle aride strade francesi, dove gli alberi, simili ad arbusti che non hanno mai avuto le foglie e, probabilmente, non le avranno mai, proteggevano con un accenno d’ombra un soldato impolverato o un lavoratore dei campi, addormentati su un mucchio di sassi, ho cominciato a recuperare il mio entusiasmo da viaggiatore.
Imbattendomi in uno spaccapietre che aveva in testa un cappello duro, lucido e arroventato, con il quale il sole giocava a distanza, come con uno specchio ustorio, ho sentito davvero di essere nella cara, vecchia Francia a cui ero affezionato. Avrei dovuto saperlo, anche senza la bottiglia di rozzo vino comune, che ricordavo bene, senza il pollo arrosto freddo, la pagnotta di pane, il pizzico di sale con cui ho pranzato con indicibile soddisfazione, conservati in una delle tasche della carrozza, piena zeppa.
Dopo pranzo devo essermi addormentato, perché sono trasalito quando una faccia allegra ha guardato dentro dal finestrino e ho detto: “Buon Dio, Louis, ho sognato che eri morto!”
Il mio vivace servitore si è messo a ridere e ha risposto: “Io? Niente affatto, signore.”
“Come sono felice di essere sveglio! Che cosa dobbiamo fare, Louis?”
“Dobbiamo cambiare i cavalli. Vorreste salire a piedi sulla collina?”
“Sicuro.”

   Mentre salivo, ho dato il benvenuto alla vecchia collina francese, al vecchio lunatico (che ricordava in qualche modo la Maria di Sterne) che viveva a mezza costa in un canile con il tetto ricoperto di paglia e che si precipitava fuori con la gruccia e l’ampio berretto da notte sulla grossa testa, per precedere i vecchi e le vecchie che mettevano in mostra i bambini deformi, e i bambini che mettevano in mostra i vecchi e le vecchie, ciechi e ripugnanti, che sembravano essere sorti all’improvviso dagli elementi per popolare la solitudine!
“Bene! - ho pensato, gettando loro tutte le monetine che avevo - Ecco che arriva Louis e io sono ben sveglio dopo il mio pisolino.”
Siamo ripartiti e io ho dato il benvenuto a tutto ciò che confermava che la Francia continuava ad essere come l’avevo lasciata. C’erano le stazioni di posta, con i loro passaggi ad arco, le scuderie sporche, le linde mogli dei direttori, brillanti donne d’affari che sorvegliavano l’arrivo dei cavalli; c’erano i postiglioni che contavano i soldi guadagnati, che non erano mai abbastanza, dentro il cappello; c’era la solita popolazione di cavalli grigi delle Fiandre, che si mordevano appena ne avevano l’opportunità; c’erano le morbide pelli di pecora che i postiglioni avvolgevano sopra alle proprie divise, come le pettorine di un grembiule, intrise d’acqua quando pioveva e tirava vento; c’erano gli stivali alla scudiera e le fruste schioccanti; c’erano le cattedrali che in nessun modo desideravo vedere ma che andavo a visitare come in preda a una crudele schiavitù; c’erano le piccole città che non sembravano avere motivi per essere città, dal momento che la maggior parte delle case erano vuote e da affittare e non si riusciva a convincere nessuno ad andarle a vedere, fatta eccezione per le persone che non erano interessate ad affittarle e che non avevano altro da fare che stare a guardarle tutto il giorno. Ho passato una notte in strada, ho gustato un buon piatto di patate e altre cose il cui consumo sarebbe visto come pieno di pericoli da parte di quella incerta benedizione nazionale che è il contadino britannico. Alla fine sono stato portato via fra gli scossoni, come una pillola in una scatola, sopra a leghe di pietre, fino a quando, tra gli schiocchi di frusta all’impazzata e lo sventolio di due code grigie, affondando nel terreno, ho fatto il mio ingresso trionfale a Parigi.

   A Parigi ho preso un appartamento ai piani alti, in uno degli hotel di Rue de Rivoli. La finestra davanti dava sui giardini delle Tuileries, affollati di bambinaie (che differivano dai fiori solo perché loro si spostavano, i fiori no); dalla finestra dietro si vedevano tutte le altre finestre posteriori dell’hotel; giù in basso si vedeva il cortile pavimentato, dove la mia diligenza tedesca stazionava sotto a un portico di poco più alto. I campanelli suonavano tutto il giorno senza che alcuno ci facesse caso, alcuni ciambellani si affacciavano qua e là alle finestre dell’ultimo piano per guardare giù tranquillamente e dei camerieri dall’aspetto ordinato passavano e ripassavano da mane a sera con un vassoio appoggiato alla spalla sinistra. Ogni volta che sono a Parigi sono attratto verso l’obitorio da forze invisibili. Io non voglio mai andarci, ma vi sono trascinato. Una volta - era il giorno di Natale e avrei voluto essere da tutt’altra parte – ho visto un vecchio cinereo, che giaceva tutto solo sul suo letto freddo, mentre da un rubinetto aperto cadeva dell’acqua sui suoi capelli grigi.
Il liquido scorreva, drip, drip, drip, lungo la sua misera faccia, fino agli angoli della bocca, poi cambiava direzione e gli dava un’espressione sorniona. Un’altra volta - era la mattina del primo dell’anno, fuori splendeva il sole e a una iarda dal cancello c’era un saltimbanco con una piuma in equilibrio sul naso - sono stato attirato all’interno a guardare un ragazzo di diciotto anni, dai capelli biondo chiaro, che aveva appuntato sul petto un cuore con incisa la scritta ‘La tua mamma’. Era stato trovato nel fiume, in una rete da pesca, con una ferita da proiettile in fronte e le mani tagliate con un coltello. Dove e da chi fosse stato ucciso rimaneva un mistero. Nello stesso luogo spaventoso ho visto un uomo grande e scuro, i cui lineamenti sfigurati dall’acqua avevano qualcosa di terribilmente comico. L’espressione era quella di un pugile che avesse chiuso per un momento le palpebre sotto a un colpo pesante, ma che stesse per riaprirle, scuotere la testa e ‘rimettersi in piedi con un sorriso’. Stava per costarmi molto quest’uomo grande e bruno in questa città luminosa!
Faceva molto caldo e questo non contribuiva a migliorare la sua condizione e neanche la mia. Una donna piccola, gradevole e ordinata, con la chiave di casa infilata nell’indice, che era venuta a mostrare l’uomo alla figlioletta mentre entrambe stavano mangiando dei dolci, al momento di uscire ha osservato che non avevo un bell’aspetto. Poi, inarcando le piccole sopracciglia per la meraviglia, ha domandato a monsieur se c’era qualche problema. Negando debolmente che ve ne fosse alcuno, monsieur ha attraversato la strada per entrare in un’enoteca a prendere un brandy, poi ha deciso di andarsi a rinfrescare con un tuffo nei grandi bagni pubblici galleggianti sul fiume.

   Come al solito, i bagni erano affollati di uomini con i mutandoni a strisce di colori sgargianti, che passeggiavano avanti e indietro tenendosi sottobraccio, bevevano caffè, fumavano sigari, stavano seduti a piccoli tavoli, conversavano educatamente con le damigelle che distribuivano gli asciugamani, e, di quando in quando, si gettavano a capofitto nel fiume per poi riemergere e riprendere la stessa routine sociale. Io mi sono affrettato a prendere parte ai passatempi acquatici e, mentre mi godevo fino in fondo un bagno delizioso, si è impossessata di me l’idea che il grande corpo scuro visto all’obitorio stesse venendo verso di me a filo d’acqua.
Sono uscito in fretta e mi sono rivestito. Per lo spavento, avevo inghiottito dell’acqua, che mi ha fatto star male perché pensavo che fosse contaminata da quella creatura. Sono tornato nella mia fresca stanza in penombra, mi sono allungato sul divano e ho cominciato a ragionare fra me e me.
Naturalmente, sapevo perfettamente che quella grande creatura scura era morta stecchita, e che la probabilità di incontrarla in un luogo diverso da quello dove l’avevo vista erano la stessa che vedere altrove la cattedrale di Notre-Dame. La sua immagine, impressa con forza nella mia mente, mi tormentava e mi impediva di liberarmene, fino a quando non si fosse consumata da sola.
Riflettevo sulle particolarità di questa possessione, che mi metteva molto a disagio. La sera, a cena, alcuni pezzi di carne nel mio piatto mi sembravano dei brandelli del suo corpo, e sono stato contento di alzarmi da tavola e andarmene. Più tardi, mentre stavo passeggiando in Rue St. Honoré, ho visto un annuncio affisso in una sala pubblica, in cui si informava di esercitazioni di lotta libera, con lo spadino, con lo spadone e di altre simili prodezze. Sono entrato e, dato che alcuni schermitori erano molto abili, sono rimasto. A fine serata era previsto un incontro di Boxe Britannica, nostro sport nazionale.
Malauguratamente, ho deciso di assistervi, come si conveniva a un cittadino britannico. Era un incontro rozzo, eseguito da due stallieri impreparati. Uno dei contendenti, ricevendo un destro dritto in mezzo agli occhi, ha reagito nel modo in cui sembrava stesse per comportarsi la creatura all’obitorio – e questo mi ha messo fuori combattimento per tutta la notte.

   Nella piccola anticamera del mio appartamento all’hotel c’era un odore piuttosto nauseabondo, tutt’altro che insolito a Parigi. Anche se la grande creatura scura vista all’obitorio non era associata in modo diretto con il mio odorato, perché una spessa lastra di cristallo, efficace quanto un muro di acciaio o di marmo, la isolava, quel soffio dentro la stanza non mancava di ricordarmela. La cosa più curiosa era la bizzarria con cui il suo ritratto sembrava prendere forma e illuminarsi nella mia mente, in luoghi e momenti diversi.
Mentre passeggiavo al Palais Royal e guardavo pigramente e con piacere le vetrine dei negozi, trattenendomi piacevolmente davanti a quella degli abiti pronti, indugiando ad osservare le vestaglie strette in vita e i panciotti brillanti, gli occhi mi cadevano sul proprietario, sul commesso, persino sull’uomo alla porta e pensavo: “Gli somiglia!”. Subito ricominciavo a sentirmi male.
La stessa cosa succedeva a teatro e, spesso, anche in strada, dove non ero certo alla ricerca di somiglianze e dove, quasi sicuramente, somiglianze non ce n’erano. Ero perseguitato dalla creatura non perché fosse morta, la stessa cosa sarebbe potuta capitare anche con un essere vivente, lo so perché mi è successo altre volte. Il tormento è andato avanti per circa una settimana, poi l’immagine ha cominciato gradualmente a perdere vigore; non era diventata meno forte e distinta, ma compariva meno frequentemente. Chi ha l’incarico di prendersi cura dei bambini può forse prendere in considerazione questa esperienza.
E’ difficile descrivere l’intensità e l’accuratezza delle capacità di osservazione di un bambino intelligente. In questo periodo della vita si è molto impressionabili e un’esperienza simile potrebbe lasciare un’impronta indelebile. Nel bambino, incapace di ragionarci sopra, un effetto emotivo legato a un oggetto spaventoso sarà per sempre inseparabile da una grande paura. In momenti simili, sarebbe meglio ucciderlo che usare con lui metodi spartani e obbligarlo a stare al buio o da solo in una stanza.
Ho lasciato Parigi in un mattino luminoso nella diligenza tedesca, con grande frastuono, e fortunatamente ho lasciato per sempre dietro di me la creatura. Devo confessare, tuttavia, di essere tornato all’obitorio dopo la sua sepoltura, per osservarne i vestiti e di averli trovati, come lei, spaventosi, particolarmente i suoi stivali.
Ho salutato la compagnia e sono partito in direzione della Svizzera guardando avanti, non indietro.
 


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